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Vincent Van Gogh e la Notte stellata. Guardare il cielo, cercare Dio.

https://www.artesvelata.it/notte-stellata/

Autore: Giuseppe Nifosì  Pubblicato in Postimpressionismo e Simbolismo

Nel 1888 Vincent Van Gogh (1853-1890) lasciò Parigi per stabilirsi ad Arles, in Provenza, sostenuto economicamente dal fratello Theo. Prese in affitto l’ala destra di una casa di quattro stanze in Place Lamartine, la cosiddetta “Casa gialla”, dove pensava di ospitare pittori amici e di fondare una comunità di artisti. Nelle belle giornate di sole, Vincent vagò per le campagne, con tela, cavalletto e tutto il necessario per dipingere, alla ricerca di uno scorcio o di una veduta che lo emozionassero. Vincent Van Gogh e la Notte stellata.

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Vincent Van Gogh, La casa gialla, settembre 1888. Olio su tela, 72 x 91,5 cm. Amsterdam, Van Gogh Museum.

Trasfigurare la natura

I colori forti del Mediterraneo lo incantarono, ed egli volle riversarli in tutte le sue nuove opere. Vincent amava interpretare i soggetti che dipingeva; obbligò la natura a modellarsi secondo le forme del proprio sentimento, a subire le sue deformazioni. Campi, alberi, fiumi, cieli non vennero dipinti per sé stessi ma furono trasfigurati, diventando la metafora di un contrasto inconciliabile fra la vita reale e la vita interiore dell’artista. Anche il colore, per Van Gogh, ebbe sempre un valore a sé; in esso era insita, secondo l’artista, una capacità di persuasione autonoma. Ciò accade, allo stesso modo, nei dipinti con architetture o ambienti: un tranquillo caffè di notte o una camera da letto, visti con gli occhi di Van Gogh, si rivestono di nuovi significati.


Vincent Van Gogh, Veduta di Arles con iris in primo piano, 1888. Olio su tela, 54 x 65 cm. Amsterdam, Van Gogh Museum.

Notte stellata su Rodano

Risale a questo periodo di relativa tranquillità la realizzazione della magnifica Notte stellata sul Rodano, che l’artista dipinse il 26 o il 27 settembre del 1888, sulla sponda orientale del Rodano, di notte, rigorosamente en plein air, osservando il cielo e illuminando la tela con alcune candele che aveva infilato lungo la tesa del suo cappello di paglia.

https://www.artesvelata.it/wp-content/uploads/2021/02/Vincent-Van-Gogh-disegno-della-Notte-stellata-sul-Rodano-in-una-lettera-del-1888-indirizzata-ad-Eugene-Boch-arte-svelata-300x209.jpg 300w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" />
Vincent Van Gogh, disegno della Notte stellata sul Rodano, in una lettera del 1888 indirizzata ad Eugène Boch.

L’artista aveva una vera passione per i cieli stellati. Scrisse al fratello Theo: «guardare le stelle mi fa sempre sognare, così come lo fanno i puntini neri che rappresentano le città e i villaggi su una cartina. Perché, mi chiedo, i puntini luminosi del cielo non possono essere accessibili come quelli sulla cartina della Francia?». La notte lo rasserenava: «Mi occorre una notte stellata con dei cipressi o, forse, sopra un campo di grano maturo», avrebbe scritto ancora a Theo.


Vincent Van Gogh, Notte stellata sul Rodano, 1888. Olio su tela, 72,5×92 cm. Parigi, Musée d’Orsay.

E le stelle stanno a guardare…

In Notte stellata sul Rodano si vedono il Lungo-Rodano e, sul fondo, le case delle cittadine assopite, Arles e Trinquetaille, mentre a destra sono visibili le torri di Saint-Julien and Saint-Trophime. Uno sfolgorante cielo stellato si specchia nelle placide acque del fiume. I lampioni a gas che punteggiano la strada si riflettono creando lunghe e suggestive bave di luce rettilinee.


Vincent Van Gogh, Notte stellata sul Rodano, 1888. Particolare con i riflessi sull’acqua.

In basso, due innamorati si appartano solitari. Alcune barche riposano sulla riva. Scrisse Vincent a Theo, per descrivergli l’opera: «Il cielo è color acquamarina, l’acqua del fiume è blu, mentre la terra è color malva. La città è blu e viola. Il gas è giallo ed i riflessi sono di un ruggine/oro che tende al verde/bronzo. La parte del cielo color acquamarina, l’Orsa Maggiore brilla verde e rosa, che si pone in contrasto con il color oro acceso del gas. Due piccole e colorate figure di amanti sono in primo piano».


Vincent Van Gogh, Notte stellata sul Rodano, 1888. Particolare con la coppia.

È indiscutibile il carattere neoromantico di un’opera come questa, oltre che la sua identità profondamente simbolista: un cielo vivificato sembra guardare l’artista, il quale a quegli occhi luminosi sembra appellarsi, nella ricerca di pace e ristoro. È così che il dipinto diventa una preghiera.


Vincent Van Gogh, Notte stellata sul Rodano, 1888. Particolare con il Lungo-Rodano.

Leggi anche:  La Camera da letto di Vincent Van Gogh

Il Lungo-Rodano ad Arles.

A Saint-Remy, dietro le sbarre

L’antivigilia di Natale del 1888, dopo la rottura definitiva del rapporto con l’amico pittore Gauguin, Van Gogh si tagliò l’orecchio sinistro. Ricoverato inizialmente presso l’ospedale di Arles, dopo cinque mesi (nel maggio del 1889) accettò di farsi internare nella clinica psichiatrica di Saint-Rémy. Il suo crollo psichico era stato infatti interpretato come follia. Ma Van Gogh non era pazzo: era un ipersensibile, un melanconico, che talvolta soffriva di allucinazioni, forse provocate dall’abuso di assenzio, forse da una forma di epilessia.

I medici, verificato l’effetto terapeutico che la pittura aveva su Van Gogh, gli consentirono di lavorare. Vincent aveva a sua disposizione, oltre alla camera da letto, anche una stanza vuota adibita a studio; inoltre poteva uscire a dipingere nei campi, accompagnato da un inserviente. Ebbe quindi modo di realizzare, in un anno di permanenza a Saint-Rémy, ben centoquaranta dipinti, tra cui Notte stellata, uno dei suoi quadri più celebri: un’opera segnata da una grande vitalità drammatica. Paradossalmente, Van Gogh non espresse mai parole di apprezzamento per questo dipinto, come in generale per tutti i suoi quadri realizzati a Saint-Rémy: certo non poté immaginare che proprio questa tela sarebbe diventata una delle più famose e amate della sua produzione.


Vincent van Gogh, Notte stellata, 1889. Penna e inchiostro, 47 × 62.5 cm. Mosca, Museo Shchusev.

Notte stellata

Notte stellata venne dipinta fra maggio e giugno del 1889 (è stato ipotizzato il 23 maggio), di notte, poco prima del sorgere del sole, e mostra quello che si poteva vedere dalla finestra della camera dell’artista: una vallata con la campagna, i tetti di un paese, una chiesa con il campanile e un cipresso (o forse due) in primo piano. Alcune finestre delle case basse sono illuminate dalle fioche luci domestiche.


Vincent Van Gogh, Notte stellata, 1889. Olio su tela, 73,7 x 92,1 cm. New York, The Museum of Modern Art.

Non si tratta di una riproduzione fedele del panorama, perché l’artista lo modificò, creando un’immagine in parte di fantasia. È infatti ben difficile che Van Gogh potesse vedere, dalla sua finestra, anche il villaggio. La chiesa, d’altro canto, con l’alta cuspide tipica degli edifici religiosi olandesi, venne sicuramente aggiunta da Vincent, che aveva nostalgia della terra in cui aveva vissuto la sua infanzia. Anche il cipresso venne probabilmente immaginato dal pittore.


Vincent Van Gogh, Notte stellata, 1889. Particolare con il cipresso.

L’orizzonte è molto basso. Gran parte del dipinto è infatti occupata dalla rappresentazione del cielo stellato, con una falce di Luna in alto a destra. Brilla, in basso, all’orizzonte, il pianeta Venere, che Vincent, in una lettera a Theo, definì la luminosa “stella del mattino”.


Vincent Van Gogh, Notte stellata, 1889. Particolare con i monti all’orizzonte.

Una notte disperata, un cielo impazzito

L’immagine è ottenuta attraverso l’uso di segni violenti, quasi rabbiosi, che producono un’immagine potente e a tratti minacciosa. Le pennellate presentano un andamento contorto e vorticoso; solo nei tetti delle case risultano oblique. I colori, soprattutto il blu cobalto, il blu oltremare e i diversi gialli, diventano materia e creano direttamente le forme, in assenza di disegno. Le stelle ruotano vorticosamente, come impazzite, emanando una luce intensa che le trasforma in globi infuocati.

Leggi anche:  Campo di grano con volo di corvi di Van Gogh

La Via Lattea è immaginata come un fiume in piena che attraversa la superficie del dipinto con grandi onde. Anche il fitto uliveto, in basso a destra, sembra trasformarsi in un moto ondoso prossimo ad abbattersi sul paesello che, in basso, rimane placido e ignaro. Allo stesso modo, le colline e le montagne all’orizzonte sono come onde dirette verso le case. Perfino il cipresso si trasfigura, animandosi di una propria forza interiore che lo agita facendolo vibrare come lingue di fiamma scura.


Vincent Van Gogh, Notte stellata, 1889. Particolare con il paese.

Un linguaggio potentemente espressivo

Il ritmo espressivo e concitato delle pennellate tende al superamento della visione naturalistica della realtà. La struttura compositiva del quadro può risultare tradizionale ma il linguaggio pittorico è assolutamente innovativo, poiché l’artista ha saputo fondere mirabilmente una propria visione interiore con la sua percezione del mondo esterno. Notte stellata è infatti l’espressione di una tremenda tensione, esistenziale e religiosa insieme. Fu lo stesso artista a spiegare che di notte, insonne, se ne stava a contemplare le stelle spinto da un “terribile bisogno” di Dio. Alzando gli occhi a quel cielo stellato, dalla finestra a sbarre della sua cella d’ospedale, Van Gogh aspirò dunque all’infinito, cercò una strada tutta interiore per la libertà.

Leggi anche:  Della pazzia di Van Gogh e della sua morte

La critica simbolista

Nel gennaio del 1890, il giovane scrittore e critico d’arte simbolista Albert Aurier rese omaggio a Van Gogh con un articolo pubblicato sul «Mercure de France». Aurier, che scriveva con il tipico linguaggio degli scrittori simbolisti, seppe cogliere con grande acutezza critica il nuovo apporto offerto da Van Gogh allo sviluppo della pittura moderna: «è la forma che diventa incubo, il colore che diventa fiamma, lava e gemme, la luce che si fa incendio».


Vincent Van Gogh, Notte stellata, 1889. Particolare con la luna.

Le parole del critico sembrano soffermarsi, in particolare, proprio sullo splendore drammatico di Notte stellata: «Sotto cieli ora tagliati nello splendore di zaffiri e turchesi ora impastati di non so quali infernali zolfi, ardenti, deleteri e abbaglianti […] si distende un’insolita natura, inquietante e turbatrice, vera e quasi sovrannaturale a un tempo, una natura eccessiva dove tutto, esseri e cose, ombre e luci, forme e colori, s’impenna, si solleva in una volontà rabbiosa di urlare la propria essenziale canzone con il timbro più intenso, più ferocemente acuto».

Nel suo articolo, Aurier difese anche la tecnica di Vincent, quella stessa che al pittore olandese era costata l’incomprensione dei galleristi, dei mercanti d’arte e persino di tanti artisti della sua generazione: «Il suo pennello opera con enormi impasti di toni molto puri, con linee curve, interrotte da tocchi rettilinei».


Vincent Van Gogh, Notte stellata, 1889. Particolare con la luna.

Leggendo l’articolo, Vincent, abituato a parole di scherno e di disprezzo, rimase molto sorpreso, quasi turbato. Nella sua umiltà, dubbioso dei suoi meriti, egli ritenne che quei commenti elogiativi, che reputava del tutto “esagerati”, non descrivessero la sua arte, semmai quello che la sua pittura avrebbe dovuto essere. Rispondendo al critico con una lettera, egli osservò: «Nel suo articolo ritrovo i miei quadri, ma più belli di quello che sono in realtà, più ricchi, più significativi».

Invece, Aurier aveva finalmente saputo guardare le opere di Van Gogh con occhi nuovi. D’altro canto, si deve proprio a questo lucido e coraggioso critico d’arte la più matura teorizzazione della pittura simbolista. In un altro articolo, apparso nel 1891 sempre sul «Mercure de France» e intitolato Il Simbolismo in pittura, Aurier scrisse che un’arte simbolica dev’essere espressiva di idee, e non di semplici esperienze reali e naturalistiche, e improntarsi fortemente alla visione soggettiva dell’artista. Proprio come Vincent Van Gogh fece in ogni opera prodotta nella sua breve e fulminante carriera di pittore.

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