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Turismo, la Croazia studia corridoi con alcuni paesi europei (Italia esclusa) per salvare la stagione

Questo articolo è gratuito per te fino al 01/05/2020
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La Croazia è al lavoro con alcuni paesi europei per salvare la stagione del turismo. Il paese balcanico è fortemente dipendente da questo settore, che costituisce il 20% del suo Prodotto interno lordo, ed è alimentato per il 90% dai turisti stranieri: impensabile dunque che la Croazia possa sostituirlo col turismo interno, e un crollo del settore potrebbe avere effetti devastanti su di un paese che dipende dal turismo per un quinto della sua economia. Per questo sono allo studio dei corridoi turistici: collegamenti diretti con i paesi dove l’epidemia sembra essere sotto controllo, o almeno meglio rispetto ad altri considerati più a rischio.

Lo scorso 19 aprile, l’agenzia di stampa croata Hina comunicava che il primo ministro Andrej Plenkovic aveva avviato colloqui con i suoi omologhi di Austria, Ungheria e Repubblica Ceca per studiare soluzioni in grado di consentire l’arrivo in Croazia dei turisti di questi paesi. L’idea dei “corridoi turistici” era stata escogitata dai tour operator della Repubblica Ceca (i cechi considerano la Croazia come il loro mare: lo scorso anno, sono stati 800mila i turisti cechi che sono andati in vacanza in Croazia): l’associazione nazionale di categoria ha pensato a un modello tale per cui i cechi che vogliono viaggiare in Croazia o Slovenia potrebbero ottenere un certificato sanitario in grado di dichiarare la loro non positività al coronavirus e in grado di permetter loro di viaggiare attraverso corridoi aerei o stradali destinati ai soli viaggi di turisti sani che, all’arrivo, non sarebbero obbligati alla quarantena di quattordici giorni che molti paesi impongono a chi giunge da fuori.

“Stiamo già discutendo di queste proposte con la Repubblica Ceca”, ha fatto sapere Gari Cappelli, ministro croato del turismo, in un intervento sulla radio croata HRT. E anche il cancelliere austriaco Sebastian Kurz ha fatto sapere che c’è stato uno scambio di messaggi in privato con Andrej Plenkovic: “abbiamo discusso su di un approccio coordinato per la riapertura del turismo nei nostri paesi, sui lavoratori stagionali e sui controlli ai confini”, ha dichiarato Kurz.

Queste proposte, com’è prevedibile, stanno escludendo l’Italia, dal momento che il nostro paese è considerato particolarmente a rischio. Ma sui corridoi turistici frena la Germania: secondo il ministro degli esteri Heiko Maas è ancora presto per riaprire i confini per ragioni legate al turismo (l’esempio negativo è quello della stazione sciistica di Ischgl, in Austria, considerata come uno dei primi epicentri europei dell’infezione). “Una gara a chi riaprirà per primo i viaggi turistici”, ha dichiarato Maas ieri al quotidiano tedesco Bild, “comporterà dei rischi inaccettabili. Abbiamo già constatato cosa può fare ai paesi dei turisti un focolaio che si sviluppa in una popolare destinazione turistica”. Il riferimento è proprio al caso di Ischgl. E anche per la Germania il turismo è un problema: secondo la Deutsche Reiseverband (DRV), l’associazione delle imprese turistiche tedesca, il 60% delle agenzie di viaggio e dei tour operator del paese è a rischio insolvenza, e un’impresa su cinque ha già fatto partire i licenziamenti, mentre l’80% ha chiesto aiuti allo Stato.

La Bild, lo scorso 25 aprile, ha però anche pubblicato un articolo in cui si individua la Croazia come una possibile destinazione “corona-free” per quest’estate. Se dunque “l’asse del turismo” dovesse coinvolgere anche la Germania (magari perché tedeschi, croati, cechi e, in generale, paesi dell’Europa orientale, saranno riusciti a contenere meglio l’epidemia e a mettere in atto misure meno restrittive di quelle italiane), per il turismo italiano il danno potrebbe essere ancora maggiore data la quantità di turisti tedeschi che ogni anno visitano il nostro paese.

Immagine: turisti a Dubrovnik, Croazia.

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