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Siamo come le pecore di Pellizza da Volpedo: ecco lo specchio della vita


 Lo “Specchio della vita”, capolavoro di Giuseppe Pellizza da Volpedo conservato alla GAM di Torino, è una serena allegoria della condizione umana.

“Il simbolo illustrativo dell’uomo nella sua organizzazione familiare e sociale è il gregge”, ha scritto Folco Portinari. “Il gregge è il popolo, sia che gli si voglia conferire un segno negativo che positivo”. Si può partir da qui per leggere uno dei testi fondamentali di Giuseppe Pellizza da Volpedo, Lo specchio della vita, dipinto che l’artista alessandrino presentò per la prima volta alla Promotrice di Torino del 1898, dopo averci lavorato per almeno quattro anni. È un’opera apparentemente semplice, che a tutta prima si palesa agli occhi del riguardante alla stregua d’un idillio agreste: un gregge di pecore procede in fila, tra gli acquitrini, nella campagna piemontese, sfilando davanti a un bosco, nel chiarore d’una mattina tersa e cristallina, illuminata da un sole radioso. Stanno una dietro l’altra sull’argine del torrente Curone, nei luoghi che il pittore avrà visto e percorso migliaia di volte. Alcune di loro si specchiano nelle pozzanghere, non percepiamo né l’inizio né la fine del gregge, non sappiamo quanti siano gli animali che ne fanno parte, non sappiamo quando il loro incedere avrà termine, ma sappiamo che queste pecore si muovono tutte nella stessa, unica direzione.

È un’opera che dimostra la compiuta adesione di Pellizza alla poetica divisionista e che, come soleva accadere ai dipinti dei divisionisti più avveduti, è carica di richiami simbolici. E qui il pittore è al culmine della sua vicinanza alle istanze simboliste: aveva inteso la sua opera come commento ad alcune terzine del Purgatorio di Dante, quelle in cui, nel canto III, il poeta osservava le anime procedere dinnanzi a lui: “Come le pecorelle escon del chiuso / a una, a due, a tre, e l’altre stanno / timidette atterrando l’occhio e ‘l muso; / e ciò che fa la prima, e l’altre fanno, / addossandosi a lei, s’ella s’arresta, / semplici e quete, e lo ‘mperché non sanno; / sì vid’io muovere a venir la testa / di quella mandra fortunata allotta, / pudica in faccia e ne l’andare onesta”.

Giuseppe Pellizza da Volpedo, Lo specchio della vita (E ciò che l'una fa, e le altre fanno) (1895-1898; olio su tela, 132 x 291 cm; Torino, GAM - Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, inv. P/1017)
Giuseppe Pellizza da Volpedo, Lo specchio della vita (E ciò che l’una fa, e le altre fanno) (1895-1898; olio su tela, 132 x 291 cm; Torino, GAM - Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, inv. P/1017)

Pellizza, che veniva da un periodo d’intensi studî letterarî compiuti a Firenze, s’era concentrato su di un verso: “e ciò che fa la prima, e l’altre fanno”. Lo aveva apposto al titolo dell’opera per esplicare il concetto che la informa, e lo aveva ribadito con chiarezza in una lettera inviata a Ugo Ojetti (“serve a far conoscere che se vi è espressione nella mia opera non è dovuto al caso ma è stata raggiunta cosciente l’autore”, scriveva l’artista). Ciò nondimeno la critica si mostrò perplessa: niente si poteva rimproverare alla fine resa analitica di questo brano di serenità campestre, che per armonia di forme, equilibrio di luci e ombre e purezza di colori è tra le prove più alte dell’arte di Pellizza, ma il suo valore allegorico non fu subito compreso. Ugo Fleres, ad esempio, non si capacitava del perché Pellizza avesse ammantato di tanto mistero uno scorcio paesaggio acquitrinoso attraversato da un gregge di pecore. “Si noti che la curva ondulante”, aveva scritto in una recensione, “segnata dal dorso delle pecore illuminato a luce tangente dal sole, è simile a quella dei monti in lontananza e a quella delle nuvole che sfilano sull’orizzonte. È questo un simbolo? Lo ammetto volentieri; ma è pure una povertà di linea, ed è una noia”. Ma Pellizza non poteva esimersi dal richiamo che la sua arte gl’imponeva: per lui, l’arte non poteva esser solo una questione di forme e colori, ma doveva farsi parimenti carico della condizione dell’essere umano (“sento che ora non è più il tempo di fare dell’Arte per l’Arte, ma dell’Arte per l’Umanità”: così scriveva, nel maggio del 1895, all’amico Angelo Morbelli mentre cominciava ad attendere allo Specchio della vita). Il vero descrittivo, per il tormentato pittore di Volpedo, non è che un mero cominciamento, un serbatoio d’immagini, un vocabolario dal quale attingere parole e riferimenti da tradurre in pensieri, naturalmente ben ordinati in una composizione che sia formalmente ineccepibile. Ed è in questo incontro tra vero e ideale che occorre trovare il senso più profondo dell’arte di Pellizza.

All’epoca dell’elaborazione dello Specchio della vita, Pellizza attendeva anche alla realizzazione della Fiumana oggi alla Pinacoteca di Brera, ovvero la tela che avrebbe condotto al suo più noto capolavoro, Il Quarto Stato. E il gregge di pecore, pertanto, dev’essere interpretato tenendo conto dei trascorsi d’un pittore attento alle rivendicazioni sociali dei lavoratori contemporanei, un pittore che non aveva ancora compiuto trent’anni, che con la sua arte intendeva far del “bene”, per sua stessa ammissione, e che, al fine di perseguire questo bene, osservava la realtà col suo occhio di contadino, nato e cresciuto nelle campagne della Val Curone, e che per propria natura è portato a guardare alle cose con somma bontà, senz’aver mai conosciuto la risolutezza e il vigore delle agitazioni operaie delle città industriali. C’è sempre una profonda vena di poesia nelle opere di Pellizza: vale anche per Il Quarto Stato, ed è ancor più evidente nello Specchio della vita, favorito certo dalla totale assenza della figura umana, un’assenza che peraltro diventa funzionale a trasmettere un senso d’universalità.

Pellizza sta sostanzialmente dicendo che quel gregge siamo noi. Ma non è un’affermazione da intendersi in senso negativo: il verso “ciò che fa la prima, e l’altre fanno” non si risolve nell’accezione della marmaglia di pecoroni che seguono il capobranco. Non c’è segno di perentorietà, di negatività o di disprezzo nel dipinto, non c’è scontato moralismo, non c’è neppure denuncia, non c’è niente che possa avvalorare un’interpretazione simile, che risulterebbe oltremodo superficiale, lontana dai veri intenti del pittore: Pellizza guarda con evidente tenerezza e sentita compartecipazione al gregge che sfila nella campagna. Sembra che s’immedesimi in quella riga d’animali che cammina, calma e mansueta, nel mattino campestre. Il suo sguardo è lo stesso di Dante: le anime del Purgatorio sono “pecorelle”, “timidette”, una torma “pudica” e “onesta”. È un quadro che parla di bellezza secondo un sentire quasi quattrocentesco, idealizzato. Impossibile dunque travisare il significato dell’opera di Pellizza da Volpedo.

E allora per comprendere il senso di quest’opera occorre tornare a Portinari: “il gregge è la raccolta di creature miti, che vanno guidate, che cercano rifugio nell’ovile verso cui sono condotte, il luogo protetto. Nella sua indifesa disponibilità il gregge è benedetto e perciò divinamente salvaguardato in questa sua qualità di rinuncia al rischio eversivo. È forse più d’ogni altro un tema cardinale, in connessione con la natura e la socialità”. Lo Specchio della vita di Pellizza è tale nel vero senso dell’espressione: le pozze d’acqua sparse nella quiete bucolica del Piemonte riflettono la condizione umana, le pecore sono l’umanità intenta chiamata a condividere l’esperienza d’un cammino irto di difficoltà, di cui non si vedono l’inizio né la fine. Per il pittore, si può solo procedere avanti, nell’attesa d’una salvezza. È la stessa umanità che, di lì a pochi anni, animerà il Quarto Stato.

Certo, potrebbe non mancare chi rimproveri a Pellizza l’idea d’un’umanità dimessa, mite e contenuta, magari rassegnata, nonché quella che potrebbe apparire come una scoperta contraddizione tra l’aspirazione e l’intendimento. Ma quel gregge è l’umanità per come la vede Pellizza, e a legger le sue ragioni potrebbe risultare difficile non immedesimarsi. Perché, secondo le sue stesse parole, quelle pecore sono gli esseri umani colti mentre affrontano “l’avvicendarsi di tutti gli avvenimenti del mondo”. Uniti dal loro spirito d’aggregazione, che per Pellizza è dunque da leggersi in positivo. Un’opera che vuol disporre il riguardante a un approccio improntato su di una “grande serenità”, la disposizione necessaria per ragionare sull’“alternarsi del bene e del male, delle gioie e dei dolori”. C’è dunque la vita nella sua essenza più metastorica e costante, priva di riferimenti che la rendono soggetta a interpretazioni attualizzanti o a letture di parte. C’è, diceva l’artista, “una grande idea della vita”.

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