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Si rinnova il duello tra Piranesi e Winckelmann

Panorami romantici in 200 carte antiche nel m.a.x. museo di Chiasso, sullo sfondo di reperti archeologici




Giambattista Piranesi (1720-78) e Johann Joachim Winckelmann (1717-68) tornano a fronteggiarsi nella mostra che il m.a.x. museo di Chiasso offre sino al 12 settembre con il titolo «La reinterpretazione del classico: dal rilievo alla veduta romantica nella grafica incisa». Sullo sfondo della tenzone tra due anime contrapposte del Settecento si muovono gli artisti, interpreti delle arti dell’incisione e della litografia, straordinari strumenti di veicolazioni di immagini ma anche di opposte visioni dell’archeologia e di quello straordinario museo aperto che è e resta l’Italia con le sue risorse paesaggistiche.

Il motivo del contendere tra l’incisore, archeologo e antiquario veneziano attivo a Roma, scenario del suo visionario rapporto con l’antico, e lo studioso e archeologo tedesco, era notoriamente la priorità dell’arte romana su quella greca, sostenuta da Piranesi, e l’esatto contrario, più filologicamente teorizzato da Winckelmann.

Ma, al di là della feroce polemica tra i due, è evidente che si tratta di due inconciliabili visioni  tra un preromantico e un neoclassicista, con tutto quel che ne consegue. Duecento incisioni e litografie sono il materiale di cui si nutre questa mostra, che ha sede in un museo le cui stagioni espositive hanno sempre riservato uno spazio rilevante alla grafica antica e moderna. Insieme alle acqueforti di Piranesi, già ospite di queste sale, prestate dall’Istituto Centrale per la Grafica sotto la direzione di Maria Antonella Fusco, ritornano quelle di Luigi Rossini, suo talentuoso prosecutore ottocentesco.

Da non perdere, in questo clima, la parte riservata al figlio maggiore di Piranesi, Francesco, che non solo ne rilevò la bottega (trasferendola in seguito a Parigi), ma si affermò egli stesso come incisore capace di portare il segno acquafortistico su dimensioni monumentali (gigantesca è la matrice dedicata all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.) e decisivo nella realizzazione delle serie dedicate ai templi di Paestum e all’esplorazione di Pompei ed Ercolano.

Sull’altro versante, Winckelmann apriva la strada a una nuova visione dell’antico: saranno soprattutto gli artisti francesi, olandesi, tedeschi, inglesi, svizzeri e danesi a offrire una «forma urbis», relativamente a Roma, accesa da una luce geometrica e razionale. All’interpretazione tragica piranesiana si sostituisce «un ritratto di città, sconosciuto e incantato»; a pochi anni dalla morte di Piranesi, «la chiarezza sintattica davidiana disegnava lo spazio atemporale e arcano di una città metafisica, tutta di luce, egualmente estranea al presente»: si deve ad Anna Ottani Cavina il maggiore studio su questi «paesaggi della ragione» su cui batte il sole della «clarté» francese ma anche la razionalità del rilievo archeologico e documentario moderno.

Ma l’alternanza tra le due opposte visioni scandirà tutta la stagione del Grand Tour ottocentesco. Se il segno «concettuale» di Flaxman è la traduzione perfetta del pensiero di Winckelmann, la stessa Ottani Cavina ha messo in chiaro (in Terre senz’ombra, Adelphi, 2015) quanto l’impatto della luce mediterranea sugli artisti nordici ne abbia determinato una «restituzione» del paesaggio italiano non priva di spinte idealistiche e romantiche.

La rassegna ticinese propone, tra gli altri, due grandi protagonisti del Grand Tour, come Nicolas Chapuy e Johann Jakob Wetzel, attivi non solo in Italia ma anche nella scoperta delle città europee, tra vestigia medievali e moderna urbanistica.

I curatori di questa mostra che invita al viaggio nell’anno che dovrebbe essere quello della ripresa, sia pur parziale, dei nostri piccoli grandi tour culturali, Susanna Bieri e Nicoletta Ossanna Cavadini, con il contributo di Massimo Lolli, Pierluigi Panza, Mauro Reali e Angela Windholz, corredano il percorso con una scelta di reperti archeologici.

In particolare la mostra è frutto della collaborazione con il Mann (Museo Archeologico Nazionale di Napoli) da cui arrivano quattro preziosi reperti in marmo: una coppia di candelabri realizzata dalla bottega di Piranesi nella consueta modalità di pastiche (1784 ca), una testa di Atleta ispirata a modelli del V secolo a.C. e una testa di Apollo in riposo riconducibile allo stile della cerchia di Prassitele (databile al 340 a.C. ca) ma rielaborato in età romana.

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