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cultură şi spiritualitate

Ripercorrere la storia di una minoranza: i russi lipovani della Romania


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«Viviamo all’ombra di un grande punto interrogativo. Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Lentamente, ma senza fermarci, spingiamo sempre più lontano questo punto interrogativo, fino a quella linea lontana, oltre l’orizzonte, dove speriamo di trovare la risposta», scrive lo scrittore e storico Hendrik Willem van Loon nel suo libro La storia dell’umanità [1].
Quante volte ci è capitato di chiederci chi siamo, quali sono le nostre origini, quale la nostra storia? Conoscere le proprie radici equivale a certificare la nostra identità. Capire da dove veniamo ci aiuta a capire un po’ meglio noi stessi e anche il mondo intorno a noi. 
Questo studio intende essere un viaggio di ricerca ai confini delle proprie radici, quelle radici che non si vedono ma che si sentono e si amano. Il viaggio si snoda attraverso paesaggi e luoghi abitati dalle minoranze russo lipovane, tra presente e passato, catturando emozioni, gioie e tristezze, bellezze naturali ma anche usi, costumi, tradizioni, mentalità, religioni e miti di una Romania inedita e sconosciuta.

Dallo Stato slavo ai russi lipovani

A metà del XVIII secolo, la Russia visse una delle più amare tragedie della sua esistenza, lo scisma religioso: un evento che portò alla divisione della popolazione in due gruppi, che successivamente si evolsero in modi diversi sia dal punto di vista confessionale sia da quello sociale e storico. Gli eventi di quell’epoca sono legati all’esistenza, nell’attuale spazio romeno, di coloro che oggi sono noti con il nome di russi lipovani.  
Sono in molti a sapere che la presenza dei lipovani nel territorio della Romania è associata, quasi esclusivamente, alle persecuzioni di natura religiosa iniziate nella Russia del XVII secolo. Per capire il contesto della loro emigrazione, è necessario conoscere gli eventi socio-storici e religiosi causa del malcontento di una popolazione che, a un certo punto della sua esistenza, scelse di abbandonare la terra madre. 
Alla fine del primo millennio, Costantinopoli viene a conoscenza di uno Stato slavo, con la capitale Kiev. I missionari bizantini della fede cristiana si rendono conto sin dall’inizio che si apre un nuovo campo per la loro attività. I monaci bizantini, giungendo nel cuore della Russia, trovano una popolazione pagana, che venera divinità strane e spiriti ancora più strani. I monaci bizantini fanno conoscere a questo popolo la storia di Gesù, per la quale proprio il grande Principe di Kiev, Vladimir I Sveatoslavič, dimostra un profondo interesse. Sarà lui, già nel 988, a introdurre ufficialmente in Russia il cristianesimo. 
Nel XII e XIII secolo, la Rus’ di Kiev viene divisa in tanti principati: Halaci-Volonja a sud-ovest, Velikij Novgorod (Novgorod la Grande) a nord, Vladimir-Suzdal’ a nord-est, diminuendo così il potere militare dello Stato, cosa che gli costerà quasi due secoli di dominazione straniera. 
Nel 1224 ha luogo il primo assalto dei tatari di Gengis-Khan, seguito da quello del 1237, quando i mongoli diventano padroni incontestati del popolo russo fino al 1380. In quell’anno, Dmitrij Donskoj (Dimitri del Don), Granduca di Vladimir, li sconfigge nella Battaglia di Kulikovo. Questa vittoria segna l'inizio della fine del dominio mongolo sulla Russia, che termina ufficialmente con Il grande scontro sul fiume Ugra [2], esattamente un secolo dopo. L'importanza spirituale per l'unificazione delle terre russe fu ancor maggiore. Lo storico Lev Gumilev [3] ha affermato che i russi andarono al campo di Kulikovo come cittadini di tanti principati e tornarono come una nazione russa unita.
Nel 1453, i turchi ottomani, guidati dal sultano Maometto II, conquistano la città di Costantinopoli e l’Impero Bizantino passa sotto la dominazione turca. Dieci anni più tardi, nel 1463, Mosca, sotto il regno di Ivan III, chiede all’Europa Occidentale l’eredità temporale e spirituale del vecchio Impero Bizantino. Sotto il regno di Ivan il Terribile (1533-1584), che assume il titolo di zar e pone le basi per la formazione dell’autocrazia russa, si ottiene il riconoscimento dei poteri occidentali. Il processo del consolidamento centrale si intensifica e chiede il suo tributo di sacrifici, che colpisce sia la borghesia sia i contadini oppressi. 
Per difendere lo Stato e mantenere le strutture moderne secondo il modello europeo sono necessari un esercito stabile e numeroso (viene introdotto il servizio militare obbligatorio, i contadini essendo costretti a dare annualmente, per un periodo di 20-25 anni, una recluta ogni 20 famiglie) e tanti funzionari civili con il compito di raccogliere i soldi necessari per il mantenimento dell’esercito. Il quel periodo inizia lo sviluppo della produzione, dell’infrastruttura, dell’educazione, tutto questo richiedendo enormi risorse finanziarie di cui la Russia non disponeva. L’unico guadagno proviene dalla terra: proprio per questo, uno dopo l’altro, tutti i diritti dei contadini vengono soppressi; prima viene a mancare il diritto dei contadini di spostarsi dalle tenute dei boiari durante i lavori agricoli e, ulteriormente, attraverso una legge, lo zar Aleksej Michailovič li lega definitivamente alla terra sulla quale vivono, trasformandoli in servi della gleba, il loro destino diventando così terribile da far vedere loro la morte come una benedizione. 
Osservando le condizioni di vita dei contadini, sorge naturale una domanda: non sono forse sufficienti tutti questi motivi per convincere la popolazione russa ad abbandonare la terra madre?

Variazioni del rito ortodosso e scisma della Chiesa russa

Ma torniamo al momento della cristianizzazione della Russia. Negli edifici di culto, costruiti successivamente per la celebrazione delle messe, si ricorre ai libri religiosi tradotti dal greco allo slavo. Le traduzioni inesatte portano all’apparizione di una serie di variazioni del rito ortodosso in diverse regioni della Russia, soprattutto in quelle regioni, che nel XVII secolo entrano a far parte dello Stato (Bielorussia e Ucraina).  
Gli errori di traduzione o le variazioni introdotte nel tempo entrano nella coscienza del popolo come regole obbligatorie e incontestabili. Si registrano tentativi di correggere già nei primi secoli dopo la cristianizzazione della Russia, fatto che generò una serie di dissensi tra la popolazione e il clero, determinando un' azione rivendicativa, nel XIV secolo, nota come «Movimento degli Strigol’niki» [4], il quale, senza negare l’ortodossia, non riconosceva i preti. L’entità di questo movimento era, però, molto più piccola rispetto a quella che avrebbe acquisito in seguito.
Nonostante i dissensi che perdurarono fino al XVII secolo, la Chiesa Russa riesce comunque a mantenere una certa unità, anche se solo apparente. Il punto di rottura avviene nel momento dell’ascesa al soglio del Patriarca Nikon, nel 1652. Il nuovo Patriarca, seguendo un preciso piano politico tendente a trasformare la Russia in una sorta di teocrazia, riunisce nel 1652 un sinodo esortando il clero a comparare i libri liturgici russi con i corrispondenti testi greci. In tutta la Russia i monasteri ricevono la richiesta di inviare tali opere a Mosca al fine di procedere a un'analisi comparativa. In tal modo, un anno dopo, una commissione di religiosi giunge a completare la revisione completa di tutti i testi liturgici dell'epoca, sancendo la cosiddetta «Riforma di Nikon». Le principali modifiche introdotte dalla riforma nikoniana sono le seguenti:
- Il segno della croce con due dita viene sostituito con quello a tre. Molto probabilmente questa modifica non avrebbe causato tanto scompiglio tra la popolazione se il suo significato fosse stato ignoto. Per il popolo, il segno della croce con due dita era il simbolo di Gesù Cristo, nel suo doppio aspetto: Padre e Figlio, e le altre tre dita unite rappresentavano la Trinità. Nikon, non solo sostituisce la croce a due dita, ma annuncia inoltre che il nuovo segno della croce a tre dita sarà simbolo della Trinità, mentre le altre due dita rimarranno libere senza avere alcun significato.  Questo fatto indigna ancora più i laici che accusano Nikon di aver eliminato Gesù. 
- Nei libri religiosi antichi il nome di Gesù era scritto con una sola i, mentre i nuovi testi impongono la scrittura con doppia i (Isus-Iisus).
- Le processioni si facevano secondo il sole, mentre il nuovo rito imponeva che queste venissero fatte contro il sole.
- La parola «Alleluia» non veniva più ripetuta due volte durante le celebrazioni, ma tre volte. La parola deriva, secondo i Vecchi Credenti che si basavano sui testi di Gregorio di Nissa e Basilio Magno, dalla lingua angelica e ha come significato «Gloria a te o Dio», contenendo in sé, secondo gli Alfabeti russi redatti nel XVII secolo, le espressioni AL per il Padre, EL per il Figlio e UIA per lo Spirito Santo. Introducendo nei testi liturgici l'obbligo di recitare l'Alleluia tre volte, poiché a tali parole doveva necessariamente seguire la frase «Gloria a te o Dio» (come disposto dallo stesso Gregorio), Nikon compie, a parere degli scismatici, una doppia blasfemia, in primo luogo in quanto recitando «di fatto» quattro volte la stessa espressione non considera che, per i dottori della Chiesa, solo glorificandolo per tre volte si rende grazie a Dio.
I lettori moderni potrebbero percepire queste modifiche come marginali ma la fede in quel determinato periodo storico era strettamente interconnessa ai rituali e ai dogmi, che fin dalla cristianizzazione della Russia si identificavano con la verità dottrinale. Inoltre le autorità imposero le riforme, senza consultare i rappresentanti di coloro che sarebbero stati a loro soggetti tanto che si può affermare che la reazione contro la cosiddetta Riforma di Nikon era diretta anche contro le modalità della sua attuazione. Infine, alcune parti dei testi furono cambiate in maniera del tutto arbitraria. Per esempio, dove negli antichi libri si leggeva Hristos’ (Cristo), gli assistenti di Nikon vi sostituirono Syn’ (che significa «il Figlio»), e dove era scritto Syn’ fu inserito Hristos’. Così come, dove si leggeva Cerkov’ (Chiesa), Nikon sostituì Hram(Tempio) e viceversa. La percezione dell'arbitrarietà delle modifiche ebbe come effetto quello di disorientare i fedeli e mal predisporli nei confronti delle autorità religiose. 
Coloro che avevano accettato le riforme di Nikon furono chiamati dal popolo «nikoniani» o «nuovo ritualisti», mentre i loro avversari, «raskol’niki», cioè «scismatici». Inoltre, a questi ultimi è stata attribuita la colpa dello scisma della Chiesa russa. Tra di loro, i cosiddetti scismatici, cominciarono a chiamarsi anche «starover’» (vecchi credenti) oppure «staroobreadz’» (di rito antico).

Il tempo delle persecuzioni

Le misure punitive adottate dallo Stato e dalla Chiesa contro i vecchi credenti furono drastiche. I primi a pagare, a volte con la vita, furono i preti, nella convinzione che, se la gente fosse rimasta senza preti, avrebbe accettato il nuovo rito. Gran parte di coloro che accettarono la riforma sin dall’inizio furono obbligati a farlo, attraverso diversi metodi, e per quelli che vi si opponevano iniziò la persecuzione. 
Il primo ad essere annientato per ordine del patriarca fu l’arciprete Lohin di Muroma, seguito da Ivan Neronov e Genadij di Kostroma. Toccò la stessa sorte anche all’arcivescovo Avvakum [5], il quale, insieme a tanti altri preti, fu richiuso nelle prigioni sotterranee di Pustozersk, nella regione di Arkangel’sk. Fino al 1667 i fedeli continuarono a celebrare le messe secondo i vecchi canoni. In quell’anno fu riunito il Concilio per stabilire le forme di punizione per tutti coloro che rifiutavano di conformarsi al nuovo rito. Ecco alcuni esempi: taglio della lingua, del naso e delle orecchie, l’esilio permanente in Siberia, le fustigazioni in piazza o la morte sul rogo. 
Bisogna ricordare che lo stesso Concilio giudicò anche il Patriarca Nikon, destituendolo ufficialmente dalla carica di Patriarca, sebbene lui stesso vi rinunciasse ancora nel 1658 quando era entrato in conflitto con lo zar a causa del suo rigore e della sua smania di potere. La gente comune, ignara delle cause reali della sua dimissione e destituzione, interpretò il gesto come un riconoscimento degli errori commessi e, implicitamente, della giustezza della loro causa. 
Nel 1685 la reggente Sofia adottò altre misure punitive contro i vecchi credenti: l’esilio, la tortura e la morte sul rogo. Questa volta vennero puniti anche i nikoniani che non denunciavano o che aiutavano gli starover’.
Neanche gli zar che seguirono Aleksej Michailovič furono più indulgenti con i vecchi credenti. Pietro il Grande, già all’inizio del suo regno, apparve molto deciso a trasformare completamente la vecchia Russia. Lo zar aveva conosciuto l’Europa Occidentale e, secondo il suo modello, si pose l’obiettivo di modernizzare la società e le istituzioni statali e di rafforzare l’assolutismo. Per realizzare tutti questi obiettivi c’era bisogno di azione e di risolutezza. Pietro il Grande emetteva tanti decreti che neanche lui poteva seguire la loro messa in pratica. La verità è che, durante il suo regno, la Russia conobbe una grande crescita economica, riuscendo ad affermarsi anche nello spazio politico europeo. 
Lo zar si mostrò tollerante nei confronti di altre confessioni (cattolica, protestante, musulmana, ecc.) ma con quella dei vecchi credenti fu molto severo. Forse anche solo perché era «vecchia».  Gli starover’ dovettero pagare doppie tasse e gli uomini che portavano la barba [6] furono obbligati a pagare un’ulteriore tassa di 50 rubli. Dovettero indossare un’uniforme speciale affinché venisse riconosciuta la loro non-appartenenza alla Chiesa ufficiale e furono privati della possibilità di occupare posti statali e del diritto di costruire chiese mentre quelle esistenti vennero distrutte; in fine, i vecchi libri furono confiscati.

L’emigrazione dei vecchi credenti

Durante il regno di Caterina II (1762- 1796) la situazione degli starover’ migliorò. Per mezzo di un decreto emesso dall’imperatrice i vecchi credenti riacquisirono la libertà di professare la loro fede, la possibilità di occupare posti statali e, cosa più importante, venne vietato l’uso del termine raskoln’ki con cui venivano chiamati e sostituito con il terminestaroobreadz’. In quel momento iniziò il secolo d’oro dei vecchi credenti. Ottennero il diritto di costruire chiese e monasteri, di celebrare messe, di suonare la campana, di organizzarsi in comunità e cosi via.
È evidente che, essendo anatemizzati, i vecchi credenti reagirono di conseguenza. Il loro movimento protestatario si svolse, principalmente, in due forme: rivolte ed emigrazione. 
Subito dopo la riforma religiosa, nel 1670, in Russia scoppiò una rivolta contadina cappeggiata da Stepan Razin, ma la responsabilità della rivolta fu attribuita ai vecchi credenti. Una parte dei sopravissuti si unirono poi ai difensori del monastero del rito vecchio di Solovki, nel Mar Bianco, resistendo per ben otto anni agli attacchi dell’esercito dello zar. Ci furono molti altri movimenti contestatari e tutti ebbero lo stesso scopo: la lotta per la vecchia fede. 
Una parte degli starover’ non trovando tranquillità e, non sopportando più le persecuzioni della Chiesa e delle autorità, cercarono rifugio in altri luoghi, lontani da quelli natali. Lo scrittore russo Nikolaj Nadeždin, nella raccolta Sui raskol’niki residenti all’estero [7], descrive l’emigrazione dei vecchi credenti. Gli abitanti di interi villaggi abbandonavano la terra madre, oltrepassando le frontiere della Russia, che tuttavia continuava a espandersi verso Occidente e i rifugiati si trovavano di nuovo nella patria dalla quale tentavano di fuggire. I più coraggiosi continuarono la loro fuga e in questo modo nacquero gli insediamenti di vecchi credenti nelle zone paludose della Prussia Orientale, nelle regioni sottocarpatiche della Galizia austriaca e persino nelle regioni oltre il Danubio.  
Lo scrittore lipovan Feodor Chirila, nel libro Dalla storia dei russo-lipovan’ di Romania. Problemi di dialettologia. I dialetti russo-lipovani di Romania [8], cita Pavel Belokrinizkij [9], il quale, riferendosi alla migrazione degli starover’ nella prima metà del XVIII secolo, afferma che i loro insediamenti nacquero nelle zone montane della Siberia e del Caucaso, in tante regioni dell’Ucraina, Bielorussia, Polonia, Bessarabia, Turchia, Valacchia, Moldavia, Austria e Prussia.  

L'origine di un nome: lipovani

I russi vecchi credenti che vivono oggi nel territorio della Romania, della Bessarabia e della Bucovina sono conosciuti sotto il nome di lipovani. La scienza storica non è riuscita fino a oggi a stabilire l’origine di tale denominazione. Gli storici che si sono occupati dei vecchi credenti hanno formulato varie teorie riguardo a questo termine. Per esempio, P.I. Mel’nikov-Pecerskij, grande conoscitore della storia dei vecchi credenti, afferma che tutti i vecchi credenti residenti fuori dalla Russia vengono chiamati filipovani, termine abbreviato poi in lipovani e deriva dal nome di Filip Pustosvjat (1672-1742), fondatore del gruppo dei vecchi credenti bespopovcy. Per sostenere questa ipotesi, Mel’nikov fa riferimento all’opera Specimen Ecclesiae Ruthenicae [10]dello scrittore ucraino Ignatius Kulčinskij, dove viene per la prima volta menzionato il termine filipovan’. Ma lo scrittore Feodor Chirila [11] non è dello stesso parere e, con datti alla mano, cerca di confutare l’ipotesi. Ancora oggi in Polonia vive una comunità di vecchi credenti bespopovcy, «senza preti», chiamati filipovan’, originari dalla Russia Nord-Europea (Karelia, Oblast’ di Archangel’sk) che si sono staccati dalla Chiesa vetero-ortodossa dei Pomorcy [12], formando una nuova comunità, guidata da Filipp Pustasvjat. I risultati delle ricerche condotte nel 1973 e nel 1992 nelle comunità polacche di vecchi credenti hanno dimostrato che il terminelipovan è totalmente sconosciuto ai residenti.
Il termine lipovan non può provenire dal nome di Filipp, in quanto lui e i suoi seguaci erano sostenitori dell’auto-immolazione, una dottrina che i vecchi credenti popovcy (con preti), compreso i lipovani, non condividevano affatto. Bisogna aggiungere anche il fatto che i vecchi credenti che vivono sul territorio romeno praticano quasi tutti il culto sacerdotale. 
Non tutti i vecchi credenti residenti fuori dalla Russia vengono chiamati lipovani, come invece affermano tanti studiosi [13], ma soltanto coloro che vivono in Bessarabia, in Bucovina e in Romania, indipendentemente dalla confessione alla quale appartengono: popovcy, bespopovcy o beglopopovcy[14]. 
Secondo il professor Feodor Chirila [15], il termine lipovan deriva dal toponimo Lipoveni, il primo insediamento dei vecchi credenti in Romania, attestato nel 1724. Inizialmente il villaggio si chiamava Sokolintz’, nome attribuitoli dagli abitanti vecchi credenti che hanno trovato rifugio in quel posto. Il villaggio si trova sul territorio del Monastero Dragomirna, circondato da fitti boschi di tiglio e alcuni studiosi sostengono che la denominazione di lipovani deriva proprio dalla parola russa lipa, «tiglio», legno che loro usavano per costruire chiese, confezionare diversi oggetti per la casa oppure per dipingere le icone in stile bizantino. 
La denominazione «lipovani» ha cominciato a diffondersi su tutto il territorio romeno e anche oltre le sue frontiere dopo la fondazione nel 1846 della Metropolia ortodossa di rito antico a Belaja Krinica (Fontana Bianca) in Ucraina, la quale ha sicuramente facilitato il contatto permanente con tutti i vecchi credenti residenti in Romania. Da quel momento in poi il termine lipovan iniziò a essere usato in tutti i documenti ufficiali del governo russo e anche nelle opere degli scrittori russi, legate allo Scisma della Chiesa Ortodossa Russa.

Significati del termine lipovan

Oggi il termine lipovan racchiude in sé l’appartenenza non solo al culto ortodosso antico ma anche alla comunità etnica, alla nazionalità minoritaria della Romania che si distingue per l’originalità della vita materiale e spirituale, possedendo una lingua, cultura, costumi e tradizioni proprie. 
Sebbene il termine sia conosciuto e utilizzato non solo in Romania, non tutte le opere lessicografiche degli ultimi anni ne danno una spiegazione esatta e veritiera. Per esempio, il Dizionario esplicativo della lingua russa viva di Vladimir Dal’ [16] definisce i lipovani come scismatici russi che vivono fuori dai confini della Russia, in Austria, vicino al Danubio e che appartengono al culto non sacerdotale, mentre il Dizionario enciclopedico di Brokhaus e Efron [17] spiega che con il nome «lipovani» vengono chiamati gli scismatici o i vecchi credenti russi che dimostrano grande disdegno per la vita terrena e praticano l’auto-immolazione. Anche il Dizionario esplicativo della lingua romena [18] dà una definizione incompleta del termine, che designa una popolazione di origine russa che vive nella regione del Delta del Danubio e che è dedita soprattutto alla la pesca. 
Molti scrittori e studiosi che negli anni si sono occupati della corrente dei vecchi credenti hanno affermato che i membri di questa confessione cristiana ortodossa è una setta mistica. Stando al Dizionario esplicativo della lingua romena, la comparsa di una setta è determinata dal distacco di una comunità religiosa dalla Chiesa ufficiale, ma è noto il fatto che i vecchi credenti non sono mai intervenuti in nessun modo sui canoni ecclesiastici, sui riti e sul dogma religioso. Anzi, hanno cercato, anche con risultati drammatici, di salvaguardare la loro antica eredità spirituale. Ecco perché è da ritenersi totalmente sbagliato chiamare «settari» i vecchi credenti. 
Un altro problema che necessita spiegazioni è legato alle segnalazioni della presenza in Romania di alcune sette di origine russa, proprio come i lipovani. Generalmente queste sette sono nominate nelle opere in cui si parla principalmente dei lipovani, di qui l’associazione errata e fuorviante con i membri delle sette di origine russa. 
Lo scrittore Feodor Chirila [19] considera che sul territorio russo esistevano diverse sette mistiche nate ancora prima dello scisma della Chiesa Ortodossa russa, nominando le più diffuse: i molokani [20], gli skopti [21], i duchobor’ [22] e così via. È importante sottolineare che queste sette, dal punto di vista confessionale, hanno poco in comune con l’ortodossia in generale e, implicitamente, con quella di vecchio rito. Tali sette mistiche non erano ben viste sul territorio russo né prima della riforma di Nikon né tantomeno dopo, quando le autorità zariste, approfittando del contesto, cercarono di annientarle.
I vecchi credenti, anatemizzati e non tollerati in patria, scelsero quindi la via dell’emigrazione, alcuni trovando rifugio nell'attuale territorio romeno. I membri delle sette ricordate sopra, essendo in una situazione simile, cercarono anch’essi qualche metodo per sopravvivere. Seguendo l’esempio dei vecchi credenti, alcuni emigrano e una parte di loro giunse anche nel territorio della Romania. Evidentemente, per sopravvivere scelsero di stabilirsi in prossimità delle comunità di starover’ già costituite. I membri delle sette di origine russa, avendo l’etnia, la lingua e le origini comuni con quelli dei vecchi credenti, cercarono addirittura di approfittare di questo fatto e, quando era necessario, non esitavano a nascondere la loro identità confessionale, adottando, sebbene solo in modo formale, quella degli starover’, per evitare le ripercussioni negative da parte della popolazione o delle autorità. 
Ma la cosa più importante da sottolineare è il fatto che i vecchi credenti o i lipovani di Romania detestavano qualunque deviazione dal dogma cristiano ortodosso di rito antico e da quello ortodosso in generale e tanto meno potevano tollerare le pratiche delle sette, le quali, a volte, si allontanavano  dalla religione cristiana. In queste condizioni è totalmente errato e inadeguato associare i lipovani alle sette mistiche. Questo genere di informazioni non solo travisa il quadro reale della loro vita e della loro religione, ma può anche indurre le persone a farsi un’opinione errata su ciò che i vecchi credenti rappresentano in realtà. 
Le denominazioni starover’staroobreadz’lipovan’ esprimono un atto psicologico di autodeterminazione. Esse indicano una comunità particolare formatasi sul territorio russo e anche fuori di esso, all’interno di un'altra nazionalità. La diffusione rapida e globale dei termini starover’staroobreadz’ nella vita di tutti i giorni, il loro uso nei documenti ufficiali, nei dizionari enciclopedici, rappresenta un riconoscimento del loro diritto a una propria identità. 
Oggi, il vecchio credente o lipovan è non soltanto un difensore del passato e un predicatore nel presente della vecchia fede; col tempo, egli è diventato un tipo particolare di russo che, nonostante le disgrazie e le condizioni difficili, è riuscito a conservare dentro di sé con caparbietà tutte le caratteristiche della personalità del russo di altri tempi; è una persona che porta dentro di sé un ricordo vivo dei tempi in cui l’uomo poteva essere forte e resistente, una persona sempre incline alla libertà, all’indipendenza, alla purezza morale. 
I vecchi credenti o i lipovani non sono solo persone con una grande fede ma anche con un forte carattere. La loro fuga forzata ha portato alla colonizzazione di luoghi deserti della Siberia, della costa del Mar Bianco, dei folti boschi della Russia settentrionale, del Caucaso, delle Repubbliche Baltiche, dell’Austria e Romania, dell’Alaska, dell’America del Nord e del Sud, del Canada e dell’Australia. Hanno raggiunto e popolato aree paludose della Karelia, della Lettonia, Estonia, Lituania, delle zone paludose del Delta del Danubio, arrivando fino al Mar di Marmara e al Mar Nero.

Caratteristiche di una minoranza

Ovunque si fossero insediati i vecchi credenti hanno dimostrato di essere persone autorevoli, assetate di scienza e cultura, commercianti e artigiani intraprendenti e molto abili che hanno contribuito allo sviluppo del benessere e della prosperità nazionali. Ecco ciò che scrivono su di loro gli studiosi, gli scrittori e in generale tutti coloro che hanno avuto l’occasione di conoscerli. 
Il grande storico russo N.M. Nikol’skij, nell’opera La storia della chiesa russa [23], afferma che nel periodo compreso tra la fine del XVIII secolo e la prima metà del XIX  gran parte dei capitali della Russia erano nelle mani dei vecchi credenti. Le compagnie di navigazione sulla Volga appartenevano a loro; le vetture di posta erano di loro proprietà e occupavano un posto prestigioso nel commercio russo. Per esempio, all’inizio del XX secolo, tra i 40 grandi commercianti di Mosca, 30 erano vecchi credenti. Alla comunità di vecchi credenti di Rogožkoe [24] si doveva l’iniziativa dello sviluppo del commercio al dettaglio nella Rus’ di Kiev. La comunità mandava da tutte le parti venditori ambulanti che vendevano libri, carta, nastri, anelli e orecchini di poco valore. Alla fine del XVIII secolo Savva Djakonov aveva fondato vicino a Riga una delle più grandi fabbriche di pelle. 
L’operosità dei vecchi credenti e i risultati ottenuti vennero notati sin dai primi tempi dei loro insediamenti in Siberia. Il decabrista A.E. Rozen [25] scriveva che tutti i loro beni, dalle casa all’aratro, dal capello allo stivale, dal cavallo alla pecora, rispecchiavano la stessa cosa: ordine, abbondanza, instancabile diligenza.
Nel corso degli anni edificarono centinaia di cattedrali, monasteri e scuole parrocchiali in Russia e all’estero. Grazie ai pregi artistici e alla costante partecipazione alle attività commerciali e professionali all’interno di comunità commercianti famosi come: i fratelli Tretjakov, le famiglie Morozov, Rjabušinski, Kalašnikov, Racmanov, Smirnov e molti altri, resero immortale il proprio nome. I fratelli Tretjakov, fondando la famosa Galleria a Mosca, hanno fatto conoscere l’arte antica russa. 
Fino a poco tempo fa, i lipovani della Dobrugia settentrionale erano i proprietari incontestati del Delta del Danubio e diedero un contributo molto importante allo sviluppo della pesca in Romania. Sono noti per la loro abilità nel costruire le barche di legno utilizzate per la pesca, mentre le donne hanno la fama di cucinare la migliore zuppa di pesce. 
Il grande scrittore romeno Nicolae Iorga [26], in visita ai lipovani di Braila, città sulla riva del Danubio, descrive un mondo diverso e inedito nel quale si parla un russo morbido e calmo e dove l’armadio di casa contiene vere e proprie biblioteche di antiquariato piene di libri dell’epoca prepetrina. Ogni volume racchiude in sé l’eterna verità con la quale bisogna mantenere continuamente il contatto perché il libro riesce a mantenere le anime buone e gentili. 
Nel corso della loro storia i russi vecchi credenti e anche i lipovani scelsero, custodirono e apprezzarono qualità e sentimenti che non hanno mai bisogno di rivalutazione: onestà, indipendenza, coscienziosità, bontà, perseveranza nel lavoro, fermezza d’animo, ragionevolezza, istruzione, stile di vita semplice e tradizioni ben radicate. Sarà forse questa la ragione per cui le autorità romene hanno sempre mostrato solidarietà nei loro confronti e non hanno mai impedito loro di esercitare liberamente la fede o di mantenere le tradizioni, gli usi ed i costumi.
L’abbandono della terra madre, in qualunque momento della vita, potrebbe portare alla perdita della realtà, della stabilità o della tranquillità interiore. Qualsiasi mutamento è una rottura con il passato e con le tradizioni, un allontanamento dalla protezione degli spiriti degli antenati. Ecco perché, nell’antichità greca, nella storia antica dei popoli, la condanna all’esilio era considerata più crudele della morte.
La storia e la volontà ostinata degli zar ha fatto sì che i vecchi credenti abbandonassero i loro insediamenti nelle zone centrali della Russia e andassero a cercare una vita migliore altrove. Arrivati in Romania, si sono stabiliti in zone sabbiose, pietrose e paludose dove nessuno credeva ci fosse la possibilità di coltivare terre o persino di vivere. Eppure loro ci sono riusciti e da più di tre secoli continuano ad abitare queste terre dove il sole sorge e tramonta nelle profondità delle acque. Gente del Delta, vivono giorno per giorno in un mondo di miracoli e di solitudine. Il destino ha voluto che abitassero questo posto unico al mondo, che è il Delta del Danubio, un posto dove si congiungono la bellezza e la lotta per la sopravvivenza, dove si sente che “Dio, l’Universo, gli uccelli, le pietre e le sabbie, la gente sono la stessa cosa, che una sola Mano ha scritto la storia del mondo e la storia di ogni persona [27]”. 


Natasha Danila
(n. 12, dicembre 2013, anno III)

NOTE

1.Hendrik Willem van Loon, La storia dell’umanità, Milano, Bompiani, 1939.
2. Il Grande scontro sul fiume Ugra in russo: Velikoe stojanie na reke Ugre, conosciuto anche come Ugoršina, fu una battaglia combattuta tra le forze di Akhmat Khan, Khan della Grande Orda e il Gran Duca Ivan III di Russia nel 1480, che determinò la ritirata dei Tataro-Mongoli e, successivamente,  la disintegrazione dell'Orda.
3. Lev Gumilev,  Echo kulikovskoj bitvy (L’eco della battaglia di Kulikovo), pubblicato nel giornale «Ogonёk» (Lumino), 1980, n. 36, pp. 16-17.
4. Con la denominazione strigol’niki (al singolare Strigol’nik) si definiscono gli adepti della prima setta eretica russa, sviluppatasi tra la metà del XIV e l'inizio del XV secolo a Pskov, Novgorod e Tver'. I membri più attivi del movimento erano i mercanti e il clero minuto. Con il motto «Perché dare un compenso ai preti per i loro uffici, quando Paolo ammonì che gli stessi non dovevano servire la fede per denaro?» rinnegavano la gerarchia ecclesiastica e il monachesimo, i sacramenti della comunione, del battesimo, della confessione e dell'ordinazione sacerdotale, che spesso erano accompagnati da grandi donazioni («estorsioni» secondo il loro punto di vista) in favore del clero. Critici nei confronti dell'intera società ecclesiastica, non esitavano a esporre al pubblico ludibrio la venalità, i vizi e l'ignoranza dei preti. I loro sermoni erano infarciti di rivendicazioni sociali e in essi veniva spesso rinfacciato ai ricchi di schiavizzare i liberi e i poveri.
5. Avvakum Petrovič (1621-1682) è stato un religioso e scrittore russo. Arciprete della Cattedrale di Kazan', guidò il movimento di opposizione alle Riforme ecclesiastiche volute dal Patriarca Nikon. La sua autobiografia e le lettere allo zar, a Feodosija Morozova e ad altri aderenti al Raskol, sono considerati capolavori della letteratura russa del XVII secolo.
6. Il taglio della barba è considerato un peccato tra gli starover’. La barba è un elemento che si è conservato sino ai giorni d’oggi. Se i giovani si sentono liberi di lasciarla crescere o radere, gli uomini arrivati alla terza età, generalmente, rinunciano definitivamente a raderla. 
7. «O zagraničnyh raskol’nikah», in Sbornik pravitel’stvennyh svedenij o raskol’nikah, London, 1860.
8. Feodor Chirila, Din istoria rusilor lipoveni din Romania, Probleme de dialectologie. Graiurile rusesti lipovenesti din Romania, Bucarest, Editura Universitatii, 1993.
9. Pavel Belokrinizkij, nato Pietro Vasilievič Velikodvorskij, monaco vecchio credente, fondatore della Gerarchia Belokrinizkaja, la prima gerarchia ecclesiastica dei vecchi credenti. 
10. Ignatius Kulčinskij, Specimen Ecclesiae Ruthenicae, Fransborough, England, Gregg International Publishers, 1733. 
11. Nell’articolo Staroobrjadčectvo, Staroobrjadcy, lipovani (Vecchi credenti, starover’, lipovan’), Cultura rusilor lipoveni in context national si international (La cultura dei lipovani russi in contesto nazionale e internazionale), Raccolta di comunicazioni scientifiche presentate al Seminario Scientifico Internazionale svoltosi a Bucarest,  nei giorni 18-19 novembre 2000, Bucarest, Editura Kriterion, 2001.
12. Drevlepravoslavnaja Pomorskaja Cerkov’ (La chiesa Vettero-ortodossa dei Pomorcy).
13. Per esempio, Petre Sircu in Naši raskol’niki v Rumynij i otnošenie k nim rumynskogo (I nostri scismatici in Romania e i loro rapporti con il governo romeno) in Hristianskie čtenija (Letture cristiane), San Pietroburgo, 1878, pp. 673-688; Isidor Vorobkevič in Raskol. Lipovane ili staroobrjadcy v Bukovine i Rumynij (Scisma. I lipovan' o vecchi ritualisti in Bucovina e Romania), in «Candela», Cernauti, 1883, pp. 156-189.
14. Letteralmente «con preti fuggitivi». I vecchi credenti, rimasti senza preti dopo le riforme di Nikon, cercarono di convincere i preti appartenenti alla Chiesa nikoniana di passare al vecchio rito attraverso l’unzione con olio «santo».
15. In  «Zorile» (L’alba), n. 10/2001.
16. Tolkovyj slovar’ živogo velikorusskogo jazyka (Il dizionario della lingua russa antica), volume 2, Mosca, Ed. ИДДК 1956, p. 256.
17. Hristianstvo. Novyj encuklopedučeskij slovar’ Brokgauza i Efrona (Cristianesimo. Il nuovo dizionario enciclopedico di Brokgauz e Efron), volume 2, Mosca, 1995, p. 68.
18. Dictionar explicativ al limbii romane – DEX,  Bucarest, Ed. Academiei Romane, 1998, p. 575.
19. Feodor Chirila, Minoritatea rusilor lipoveni, Minoritatile nazionale din Romania. Dovezi privind asezarea si evolutia (La minoranza dei lipovani russi, le minoranze nazionali in Romania. Documenti riguardanti l’insediamento e l’evoluzione), coord. Anghel I., Mihai C., Antonian E., Bucarest, Edit. Kham, 2001, p. 193.
20. Dal russo molokane, der. di moloko «latte» – Setta religiosa cristiana sorta in Russia nella seconda metà del XVI secolo, all’epoca di Ivan il Terribile, diffusa nel Caucaso e nella Russia meridionale: non ammetteva il sacrificio eucaristico né il culto dei santi, e traeva l’unica fonte di dottrina dall’interpretazione della Bibbia (il nome deriva dall’uso che gli appartenenti facevano del latte come bevanda durante la quaresima, dal quale invece gli ortodossi si astenevano).
21. Gli Skopzy o «colombe bianche» erano una setta cristiana russa fondata intorno al 1775 da un tale Selivanov che all’epoca di Caterina II riscosse notevole successo con le sue prediche. Essi facevano derivare dalla parola di Dio il comando di auto-evirarsi, in modo da «divenire bianchi», ossia angeli, ed entrare così di diritto nel regno dei Cieli. Gli Skopzy leggevano pochi passi della Bibbia e svolgevano le loro pratiche in segreto, specialmente di notte. 
22. I Duchobor’ sono gli aderenti ad una setta fondamentalista ortodossa che ebbe origine in Russia nel corso del XVIII secolo. Il nome di questa setta, attribuitoli sprezzantemente dal Patriarca Ambrogio della Chiesa Ortodossa nel 1785, deriva dal termine ducho-borec, che letteralmente significa lottatori dello spirito. Ambrogio intendeva che essi lottavano contro lo Spirito Santo, ma i Duchobor’ mantennero volentieri il nome. Essi costituivano un gruppo pacifista che si opponeva alle elaborate cerimonie religiose ortodosse, alle liturgie, alle gerarchie ecclesiastiche, ai governi secolari e perfino all’uso della stessa Bibbia, a favore di una «rivelazione interna» e di un rapporto diretto con Dio. 
23. N. M. Nikol’skij, Istorija russkoj cerkvi (Storia della Chiesa Russa), Mosca, Ed. Ast, 1983, pp. 130-135.
24. Il cimitero di Rogožkoe di Mosca è un’importante centro spirituale dei vecchi credenti. Nel 1771 Mosca venne colpita da una forte epidemia di peste. Gli starover’ moscoviti ottennero uno spazio delimitato dove poter seppellire le vittime di questo flagello e, successivamente, questo spazio divenne un nuovo centro religioso. Tutto ciò accadeva durante il regno di Caterina II la quale, come già ricordato, fu più tollerante con i vecchi credenti. 
25. Zapiski barona A.E. Rozena (Le memorie del barone A. E. Rozen), in Otečestvennye zapiski (Le memorie nazionali), 1876, 4, p. 412.
26. Nicolae Iorga, Romania cum era pana la 1918, capitolul La lipovenii de la marginea Brailei (Romania com’era prima del 1918, capitoloPresso i lipovan’ nella periferia di Braila), volume 1, Ed. Minerva, Bucarest, 1972, pp. 413-416. 
27. Horia Turcanu, Romania necunoscutaPovesti de pe Marile Lacuri (La Romania inedita, Storie dai Grandi Laghi), in «Formula AS», n. 539, 2002.

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