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Quando furono scoperti i moai, i colossi di pietra dell'Isola di Pasqua?

Scoperte nel 1722 dal navigatore olandese Jacob Roggeveen, Rapa Nui e le sue gigantesche statue sono tuttora avvolte da un’aura di mistero


Nel 1722 tre velieri olandesi al comando dell’ammiraglio Jacob Roggeveen avvistarono nel cuore dell’Oceano Pacifico, a 3750 chilometri dalla costa cilena, una piccola isola di forma triangolare. Poiché era la domenica di Pasqua, Roggeveen la battezzò Isola di Pasqua. Quando gli Olandesi vi sbarcarono scoprirono che, nonostante la sua remotissima posizione, l’isola era abitata da una popolazione indigena che chiamava la sua terra Rapa Nui, “grande roccia”. Ma, a lasciare sbalorditi i navigatori europei furono soprattutto le enormi sculture di pietra disseminate lungo le coste. I celebri busti monolitici, noti come moai, potevano raggiungere i dieci metri di altezza e le ottanta tonnellate di peso e si ergevano su grandi piattaforme cerimoniali in basalto, dette ahu. Il profilo dei moai, di cui si conservano circa seicento esemplari, è inconfondibile: rappresenta una figura umana tagliata alla vita, con una testa allungata e rettangolare, le sopracciglia marcate, il naso prominente e le labbra sottili.

Un moai, figura umana monolitica che rappresenta gli antenati della popolazione rapa nui, nativa dell'Isola di Pasqua

Un moai, figura umana monolitica che rappresenta gli antenati della popolazione rapa nui, nativa dell'Isola di Pasqua

Foto: ZumapreSS.com / Cordon Press

Il mistero di Rapa Nui

Considerando l’impressionante mole dei moai era difficile comprendere come la popolazione dell’isola, dotata di scarse risorse e tecnologicamente poco sviluppata, avesse potuto erigerli. Di questo si stupì il grande esploratore inglese James Cook quando giunse a Rapa Nui nel 1774, quattro anni dopo che il capitano iberico Felipe González de Haedo aveva rivendicato alla Spagna il possesso dell’isola, rinominandola San Carlos.

Cook, che conosceva bene gli abitanti delle Isole della Società, delle Tonga e della Nuova Zelanda, concluse che gli indigeni locali appartenessero allo stesso ceppo polinesiano; inoltre egli fu il primo a riferire che molti moai erano stati rovesciati e i loro ahu danneggiati.

In ogni caso, l’enigma delle costruzioni megalitiche dell’Isola di Pasqua rimase a lungo irrisolto: le prime indagini archeologiche, infatti, avrebbero avuto luogo solo al principio del XX secolo. Un apporto decisivo giunse dall’inglese Katherine Routledge (1866-1935), una delle prime donne a laurearsi in archeologia a Oxford. La studiosa organizzò insieme al marito una missione scientifica sull’Isola di Pasqua, dove approdò il 29 marzo 1914, dopo un viaggio lungo un anno. La Routledge non si limitò a catalogare le colossali statue e i loro basamenti ma intervistò i nativi, raccogliendo molte informazioni su antichi miti e leggende locali.

Moai con e senza copricapo di tufo rosso

Moai con e senza copricapo di tufo rosso

Foto: ZumapreSS.com / Cordon Press

   

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Le prime esplorazioni

Quando visitò il cratere di uno dei tre vulcani dell’isola, Rano Raraku, la cava da cui venivano estratti i blocchi di tufo utilizzati per scolpire i moai, la ricercatrice restò molto colpita dal gran numero di sculture che vi giacevano. Erano circa 394 e molte di esse apparivano incompiute o sepolte nel terreno fino alle spalle o al collo. Katherine Routledge si dedicò inoltre allo studio della misteriosa e tuttora indecifrata scrittura rongo-rongo, simile ai geroglifici e incisa su tavolette oltre che sul dorso dei moai. Fu così che poté constatare la continuità culturale tra gli autori delle gigantesche effigi e i moderni abitanti dell’isola, notando che i simboli scolpiti sul re- tro delle statue erano simili ai tatuaggi di alcuni nativi. I Routledge lasciarono l’isola nell’agosto del 1915 e Katherine divulgò i risultati delle sue indagini nel 1919, nell’opera The mystery of Easter Island, che ottenne presto un cospicuo successo.

Due anni dopo, un ulteriore reportage ancora più esteso sul viaggio dell’archeologa fu pubblicato sul National Geographic Magazine. Secondo la Routledge a provocare il declino della società di Rapa Nui fu un vero e proprio disastro ecologico causato dalle stesse tribù indigene. Tale ipotesi sarebbe stata poi confermata dai ricercatori posteriori, che hanno ricostruito le diverse fasi della storia dell’isola. Tra questi si distinsero il biologo ed esploratore norvegese Thor Heyerdahl, che organizzò una spedizione sull’Isola di Pasqua nel 1956, e l’antropologo americano William Mulloy, che vi condusse alcuni interventi di scavo e restauro negli anni Sessanta. Attualmente, l’archeologa statunitense Jo Anne Van Tilburg, che lavora a Rapa Nui dal 1982, dirige l’Easter Island Statue Project, iniziativa volta a garantire lo studio e la salvaguardia del prezioso patrimonio culturale dell’isola.

L'esploratore francese Jean Francois Galaup e i suoi uomini misurano i moai dell'Isola di Pasqua. 9 aprile 1786. Incisione basata sul disegno di Duche de Vancy. 1820

L'esploratore francese Jean Francois Galaup e i suoi uomini misurano i moai dell'Isola di Pasqua. 9 aprile 1786. Incisione basata sul disegno di Duche de Vancy. 1820

Foto: Rue des Archives / Cordon Press

 

Le ragioni del declino

Oggi sappiamo che Rapa Nui fu colonizzata da navigatori polinesiani intorno al 500 d.C. Tra il 1000 e il 1500 la loro civiltà conobbe un periodo di grande prosperità durante il quale furono eretti i colossali monoliti. I moai rappresentavano forse lo spirito degli antenati e davanti a essi i nativi celebravano riti e cerimonie religiose. Tuttavia, a causa della sovrappopolazione cronica e del progressivo esaurimento delle risorse dell’isola, oltre a fattori climatici, tra il 1500 e il 1722 ci fu un’epoca di profonda decadenza. Lo smodato consumo di legna determinò un collasso ecologico e le guerre intestine per la supremazia segnarono probabilmente la fine del culto dei moai e il loro abbattimento. Quando gli europei giunsero sull’isola si trovarono di fronte una terra sterile e una società in rovina.

Come si trasportavano i moai?

Uno degli enigmi più affascinanti della cultura rapa nui riguarda la tecnica impiegata dagli indigeni per trasportare i pesanti moai dalle cave alla loro posizione finale. Per Thor Heyerdahl servivano centinaia di persone per svolgere tale compito; secondo gli esperimenti di Jo Anne Van Tilburg invece ne bastavano quaranta.

Preparazione

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Preparazione

Il moai veniva adagiato dalla parte del ventre su una slitta in legno e veniva fatta passare una corda intorno al collo della statua.

 

Illustrazione: Getty Images



Trasporto di legno di cedro del Libano con navi fenicie. Rilievo del palazzo del re Sargon II d’Assiria a Khorsabad. VIII secolo a.C. Musée du Louvre, Parigi

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Trasporto di legno di cedro del Libano con navi fenicie. Rilievo del palazzo del re Sargon II d’Assiria a Khorsabad. VIII secolo a.C. Musée du Louvre, Parigi

La corda veniva poi fissata al vertice di due pali a forcella. Tirando quest’ultima in posizione verticale, la statua si spostava in avanti.

 

Illustrazione: Getty Images



Sul piedistallo

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Sul piedistallo

Mediante l’ausilio di una leva e delle corde, il moai veniva collocato in posizione eretta e sistemato su un gigantesco piedistallo (ahu).

Illustrazione: Getty Images



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