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Penelope: la moglie di Ulisse nel mito greco e romano

Penelope nelle Eroidi di Ovidio

“Questa lettera te la invia la tua Penelope, o Ulisse che indugi a tornare. Ma non rispondermi, vieni di persona! Troia, odiata dalle donne greche, di certo è abbattuta!”

Così comincia la prima epistola di Ovidio nella sua raccolta “Eroidi”.

Il poeta sulmonese narra la frustrazione di Penelope, regina di Itaca e moglie di Odisseo, che rimane in attesa del ritorno del marito da Troia da almeno venti anni, mentre la sua casa è assediata dai Proci, i pretendenti alla corona dell’isola.

La lettera di Penelope, che in realtà è un monologo come tutte le lettere delle “eroine” di Ovidio, è espressione della donna infelice, abbandonata o lasciata sola dal suo amato, ma sempre speranzosa nel ritorno del marito, andando anche contro la volontà del padre Icario – “Il padre Icario mi spinge ad abbandonare il letto vuoto e continua a rimproverare la mia interminabile attesa… sono tua, devo essere considerata tua: io, Penelope, sarò sempre la sposa di Ulisse. Ma alla fine mio padre si lascia commuovere dalla mia devozione e dalle mie caste preghiere e modera le sua pressioni” –.

Il ruolo di Penelope nell’opera di Ovidio è molto diverso rispetto alla figura omerica: la donna mostra al lettore le sue fragilità interiori (I pretendenti […] mi assalgono e fanno da padroni nella tua reggia… io non posseggo le forze per scacciare i nemici dalla reggia; vieni tu, al più presto, porto e rifugio per i tuoi), le sue paure (mentre sono in preda a sciocchi timori, tu puoi essere preso dall’amore per una straniera… forse le racconti anche quanto è zotica tua moglie, buona soltanto a cardare la lana) e la speranza che un giorno suo marito torni sia per il figlio Telemaco (di recente, per poco, non mi è stato strappato con un tranello, mentre si preparava a recarsi a Pilo contro il volere di tutti… ora la sua giovinezza doveva essere protetta dall’aiuto del padre…) che per il padre Laerte (egli prolunga l’ultimo giorno destinato alla sua vita, perché tu possa finalmente chiudere i suoi occhi).

Penelope diviene così una figura autonoma, completamente slacciata ed intrinseca protagonista del momento difficile in cui vive; quindi una figura sola contro il mondo maschile che la circonda il cui unico sfogo è quello di trasferire all’esterno il suo blocco psicologico.

Penelope nell’Odissea di Omero

Penelopehttps://www.lacooltura.com/wp-content/uploads/2018/07/default-305x420.jpg 305w, https://www.lacooltura.com/wp-content/uploads/2018/07/default-640x8... 640w, https://www.lacooltura.com/wp-content/uploads/2018/07/default.jpg 680w" sizes="(max-width: 218px) 100vw, 218px" />

Mentre Ovidio evidenzia così il carattere psicologico e fragile di Penelope, non si può dire la stessa cosa del ruolo della regina di Itaca nell’Odissea, dove Omerol’idolatra sia come il simbolo della fedeltà coniugale, sia come una donna astuta ed arguta, degna così di essere la sposa del re di Itaca: prima la tela e poi l’arco di Odisseo, dono di Ifito, figlio di Eurito, figura del ciclo eracleo.

Penelope attuò ingegnosamente un piano per tenere lontani i proci sia dal trono che dal letto nuziale di Odisseo. Concordò coi proci di scegliere il nuovo marito dopo aver tessuto un lenzuolo funebre per Laerte.

Di giorno la tela si componeva davanti gli occhi indiscreti della gente, ma ecco che di notte la regina aiutata da altre ancelle la disfaceva. Fu Melanto (dalle belle guance) a tradire la sua padrona spifferando tutto a Eurimaco, uno dei proci e suo amante, e così Penelope fu costretta a terminarlo. Per questo tradimento, la donna morì impiccata.

L’ultimo stratagemma di Penelope fu quello di concedersi al proco che avrebbe teso l’arco di Odisseo e fatto schioccare una freccia tra gli anelli dei manici di 12 scure le cui lame erano ficcate nel terreno. I proci non riuscirono nemmeno a tendere l’arco: l’unico in grado di farlo e quindi schioccare la freccia e vincere quella gara fu Odisseo sotto mentite spoglie di mendicante. L’eroe ritornò ad Itaca appena in tempo per salvare l’amata moglie compiendo così una strage; morirono tutti i nobili principi nella sua magione ed infine ci fu la riconciliazione.

Penelope nella cinematografia

Penelopehttps://www.lacooltura.com/wp-content/uploads/2018/07/5-575x420.jpg 575w, https://www.lacooltura.com/wp-content/uploads/2018/07/5-640x467.jpg 640w, https://www.lacooltura.com/wp-content/uploads/2018/07/5-681x497.jpg 681w, https://www.lacooltura.com/wp-content/uploads/2018/07/5.jpg 756w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />

Quando si parla di Penelope, non può non venir a mente la straordinaria interpretazione dell’attrice greca Irene Papas nella miniserie TV “L’Odissea” del 1968 per la regia di Franco Rossi.

Le scene furono girate principalmente negli studi cinematografici di Dino De Laurentis, a Roma, mentre le riprese in esterna si svolsero prevalentemente in Jugoslavia. Ogni puntata, in tutto otto, era preceduta da un’introduzione in cui il poeta Giuseppe Ungaretti leggeva alcuni versi del poema.

Lo sceneggiato è in assoluto la prima produzione della RAI realizzata a colori, in quanto prodotta in ottica di una distribuzione internazionale e dunque destinata anche a Paesi in cui le televisioni trasmettevano già a colori (la RAI adottò ufficialmente il colore solo nove anni dopo, nel 1977). Questa miniserie è stata uno degli sceneggiati RAI di maggior successo, per il livello di spettacolarità superiore a quello delle precedenti produzioni televisive.

Ovviamente questo sceneggiato non rispecchia fedelmente l’opera di Omero (ad esempio quando i compagni di Odisseo aprono l’otre dove liberano i venti, vanno direttamente da Circe, invece nell’opera il trireme ritorna nelle Eolie dove il dio li scaccia in malo modo; nel poema, Odisseo raggiunge l’Ade coi compagni, invece nello sceneggiato è Circe a condurlo direttamente lì; ed infine, quello più eclatante, la produzione cinematografica ignora il passaggio della nave tra Scilla e Cariddi), ma sino ad oggi è la produzione cinematografica che si avvicina più fedelmente all’opera del poeta cieco.

La scena senza ombra di dubbio più bella è la riconciliazione tra i due sposi (qui lo sceneggiato ricalca fedelmente il testo di Omero).

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Quando si presenta Odisseo (Ulisse nel film) a Penelope, la donna lo rinnega asserendo al figlio che il giorno prima era un’altra persona: un mendicante, un certo Etone da Creta. Pur sapendo in cuor suo di avere Odisseo davanti a sé, Penelopeafferma di volere una prova di quel che dice, ovvero di essere realmente Odisseo, dato che lui già l’aveva avuta (Ulisse si comportava così per via della raccomandazione che gli fece Agamennonequando nell’Ade egli gli consigliò di non fidarsi di nessuno, nemmeno di sua moglie, una volta tornato a casa. L’atride ricordava malinconicamente il tradimento della sua che lo condusse alla morte).

Ora è Odisseo che deve dimostrare a lei di non essere cambiato, di ricordare un momento di quel poco tempo trascorso insieme. L’uomo ordina che gli venga preparato un letto perché molto stanco, la regina chiede così alle ancelle di preparare il letto di Ulisse. L’uomo replica, però, che quel letto non si può muovere perché intagliato dentro un albero di ulivo, da sempre assai caro alla madre sin da quando era fanciulla, ed era stata proprio lei a decidere di costruire tra i rami il loro letto nuziale, per poi completare tetto e mura ed infine il palazzo.

I due sposi dopo venti anni si sono finalmente riunificati.

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L’attore Bekim Fehmiu a destra ed Irene Papas a sinistra

 

Marco Parisi

Bibliografia:

  • Ovidio, Le Eroidi, I lettera, I grandi Libri, Garzanti
  • Omero, l’Odissea, KeyBook

Sitografia:

Filmografia:

  • L’Odissea, Miniserie RAI, 1968

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