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Michelangelo e le Sibille della Sistina, tra Sacro e Pagano.


di Vanessa Paladini

Michelangelo Buonarroti (1475-1564) dopo le prime esperienze fiorentine come scultore -tale si sentì per tutta la vita- venne invitato nel 1508 dal papa Giulio II ad affrescare l’immensa volta della Cappella Sistina. Dapprima l’artista riluttante ad accettare l’incarico, inquanto si considerava più scultore che pittore,  vi attese da quell’anno fino al 1512 prima di intraprendere l’opera. La volta venne organizzata fingendo delle membrature architettoniche alle quali, l’illusione prospettica, conferì uno sconcertante realismo.

Essa si presenta attraversata in senso trasversale da arconi che poggiano su una cornice corrente poco al di sopra di vele triangolari e sorretta da pilastrini che affiancano i troni di sette Profeti e cinque Sibille, ciascuno con un’iscrizione che li identifica.

Allegato 1

La scelta di raffigurare delle Sibille sembrerebbe in netto contrasto con la religione cristiana ed anche con il loro numero originario in quanto lo scrittore latino  Varrone fissa a 10 il numero delle Sibille: Persica, Libica, Delfica, Cimmeria, Eritrea, Samia, Cumana, Ellespontica, Frigia, Tiburtina. Quelle invece che troviamo sulla volta di Michelangelo sono: Libica, Persiana, Eritrea, Delfica e Cumana.

La Sibilla era una vergine, così è descritta  dagli autori come Aristotele, Virgilio, Ovidio, Marziale, fino ai Cristiani. Essa riceveva dal dio Apollo profezie sul futuro, spesso profetizzava sciagure. Era un personaggio mitologico primitivo preomerico diventata figura presente nella civiltà di vari popoli, fino ad essere accettata anche nell’ambito del nascente cristianesimo. La Chiesa, infatti, ha voluto interpretare gli oracoli sibillini come predizioni della storia cristiana. Gli apologisti le citano, senza distinguerle e localizzarle, con l’unica eccezione di Clemente Alessandrino, che menziona la Samia, la Colofonia, la Cumana, L’Eritrea, Fito, Taraxandra, la Macedone, la Tessala e la Tesprozia, mescolando nomi propri con quelli di luogo. Nel Medioevo il numero delle Sibille aumentò a dismisura, fino a un centinaio.

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I precursori e i profeti della venuta salvifica di Cristo sono dipinti con forme vigorose e sovradimensionate dal Buonarroti, sembrano quasi costretti all’interno dei loro troni, in monumentali torsioni delle membra. I colori tendono al cangiante e le tonalità luminose impiegate fanno comprendere l’importanza di questi affreschi sia per il loro valore intrinseco e per il loro intenso plasticismo, sia per i timbri cromatici  a cui si ispirerà la coloritura manierista.

Le Sibille di Michelangelo, sebbene siano uniche, presentano l’influenza di alcuni scritti dell’epoca. L’iconografia delle sibille ricorre con frequenza nell’opera degli artisti dopo il 1481, anno in cui Filippo de Lignamine  pubblicò l’opera del maesto domenicano Filippo Barbieri.

L’artista aveva letto l’opera del Barbieri  dal titolo “ Discordantiae sanctorum doctorum Hieronymi et Augustini “ che descrive -negli “Opuscola”– un gruppo di dodici sibille ed attribuisce ad ognuna di queste un oracolo preciso. Assegna loro non solo le parole profetiche  ma anche il modo di abbigliarsi ; descrive il loro aspetto e ne indica l’età. Tuttavia, con l’intento di attribuire maggiore credibilità agli oracoli delle sibille, l’autore volle far corrispondere ogni sibilla con un Profeta.

Le sibille sistine non recano nessuna spada in mano, ne sotto i piedi, non sollevano alcuna cornucopia, non è loro assegnato nessun altro attributo che il Barbieri immaginava nella sua opera. Se osserviamo le figure di Michelangelo queste tengono il volto ben dritto, hanno gli occhi fissi che esprimono i veri stati del loro animo : la speranza o al contrario lo spavento. . L’artista toscano ha voluto rappresentare le sue sibille in maniera tale da non poterle paragonare a quelle di nessun altro ma alcuni piccoli dettagli dimostrano tuttavia la dipendenza di queste figure dal trattato del Barbieri.

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Innanzitutto Michelangelo prende in considerazione l’età delle varie sibille, attribuendo loro giovinezza, mezza età e vecchiaia. La Delfica era descritta dal Barbieri come giovane mentre la Libica non giovanissima, il Buonarroti raffigura infatti la sibilla Delfica come una donna nel pieno della gioventù e la Libica di un’età già più matura. Inoltre l’artista provvede a ricoprire il capo della sibilla Persica con un velo, proprio come indicato dal Barbieri.

 

 

allegato 2

allegato 3

allegato 4

Allegato 5 Sibilla persica Barbieri

Un dettaglio curioso riguarda la pagina del Libro sibillino che legge la sibilla Eritrea della sistina. Ricordando che ogni sibilla ha un suo oracolo preciso, prendiamo per un attimo in considerazione la sibilla Eritrea presente sul  pavimento del Duomo di Siena, dove sono raffigurate le Storie dell’Antico Testamento, tra queste ammiriamo le figure di undici sibille realizzate a partire dal 1481.

Sibylla Erythraea: Quam Apollodorus ait suam esse civem. De excelso coelorum habitaculo prospexit Dominus humiles suos, et nascetur in diebus novissimis de virgine Hebraea in cunabulis terrae. Allegato 6

 

Si può notare come il primo rigo del libro sibillino dell’Eritrea sistina cominci con la lettera Q. Ciò che non si può osservare con precisione sono le parole che essa legge.

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allegato 7

 

Dalla descrizione di Varrone: Quintam Erythraeam, quam Apollodorus Erythreaus adfirmat suam fuisse civem eamque Grais Ilium petentibus vaticinatam et perituram esse Troiam et Homerum mendacia scripturum” è possibile sapere che la profetessa predisse la distruzione della città di Troia e che il poeta Omero avrebbe cantato l’evento in modo non veritiero.

E’ a noi noto che nel Terzo libro degli Oracoli Sibillini la Sibilla Eritrea si presenta originaria di Babilonia, città della Mesopotamia antica e figlia di una Ninfa Naiade e di un uomo mortale, il pastore Teodoro. Questa natura le consentì di enunciare “ai mortali i mali che li attendono”.

Benché si professi Babilonese, l’autore Apollodoro d’Eritre, fonte ripresa in seguito da Varrone, la ritiene originaria della città di Eritre.

Una sfumatura, quella di Michelangelo, che lascia l’osservatore perplesso sulla profezia della Sibilla Eritrea poiché è l’unica che mostra le righe del libro che consulta. Il genio  dell’artista toscano consiste nel fondere conoscenze storico letterarie antiche -tratte da autori come Lattanzio, Varrone ed Apollodoro-  e scritti dell’epoca dall’impronta cristiana come quelli del domenicano Filippo Barbieri. E’ anche bene ricordare che in seguito alla caduta dei tradizionali valori cristiani – a causa della Riforma protestante e del Sacco di Roma del 1527-  , sotto la spinta dei gruppi riformisti che volevano un cambiamento all’interno della Chiesa Cattolica Michelangelo divenne più profondamente religioso. Anche se la Cappella Sistina con le sue profezie rimangono un mistero che continuerà ad affascinare continuamente lo spettatore.

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