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Per 100mila anni il clima del Vecchio mondo fu sensibilmente più freddo di quanto non lo sia oggi. Fu in quel periodo che il continente venne popolato dalla nostra specie, l’Homo sapiens


Il clan si prepara a una nuova, fredda giornata. Fuori dalla grotta cade una pioggia gelida. In un angolo alcuni ragazzi intagliano schegge di pietra con l’aiuto di un adulto. All’ingresso della caverna le braci di un falò disperdono ancora fumo. In lontananza si intravedono brucare dei cervi maestosi. In fondo alla grotta, su una parete, un abile giovane rifinisce i tratti del disegno di un cavallo incominciato alcuni giorni prima.

Bambina 'sapiens' in una ricostruzione facciale compiuta dagli specialisti del laboratorio Daynès di Parigi

Bambina 'sapiens' in una ricostruzione facciale compiuta dagli specialisti del laboratorio Daynès di Parigi

Foto: S. entressangle-e. Daynes / SPL / Age Fotostock

Scene come questa dovettero ripetersi migliaia di volte nel continente europeo durante il Paleolitico superiore, tra i 41mila e i 12mila anni fa. Fu un periodo di glaciazioni, ma anche di esplosione creativa, nel quale l’uomo di Neanderthal si estinse e i membri della nostra specie, l’Homo sapiens, colonizzarono il vasto territorio muovendosi in base ai cambiamenti climatici. Siamo nella Glaciazione di Würm, l’ultima che colpì l’Europa e che noi conosciamo, infatti, come Ultimo periodo glaciale. Ebbe inizio all’incirca 110mila anni fa e raggiunse il suo massimo, la fase più fredda, tra i 25mila e i 19mila anni fa. Allora i sapiens – in Europa conosciuti come Cro-Magnon – erano ormai gli unici abitanti delle terre comprese tra il Portogallo e gli Urali. Erano, però, presenti pure in Africa, Asia e nella lontana Australia, e alcuni studiosi credono che fossero giunti perfino in America.

Quando arrivarono in Europa, nel pieno del periodo glaciale, ovvero circa 45mila anni fa, i Cro-Magnonnon erano soli: vi vivevano ancora i neanderthaliani, che scomparvero poco dopo la loro venuta; alcune comunità sopravvissero forse fino a 25mila anni fa a Gibilterra, area che fu la loro ultima dimora secondo il paleoantropologo britannico Clive Finlayson. Una delle grandi domande della preistoria è come ebbe luogo l’incontro tra i neanderthaliani e i sapiens. I secondi giocarono un ruolo nell’estinzione dei primi? Recenti datazioni su 13 siti del nord della Spagna, condotte dal team del Centro nacional de Investigación sobre la Evolución Humana (CENIEH) di Joseba Ríos, indicano che le due specie condivisero quella zona per meno di un millennio, un intervallo di tempo che riduce le possibilità di interazione tra i due gruppi. La loro scomparsa non sarebbe quindi legata alla nostra specie, ma alla scarsa diversità genetica dei neanderthaliani, ormai isolati gli uni dagli altri. Tuttavia gli studi genetici compiuti nel Centro Europa indicano che lì convissero per circa cinquemila anni ed ebbero anche dei discendenti in comune. A quei tempi il corredo genetico dell’Homo neanderthalensis conteneva circa il dieci percento del DNA di un sapiens, come nel caso dell’Uomo di Oase, in Romania, che visse tra i 42mila e i 37mila anni fa. Quella percentuale, però, si assottigliò con il tempo fino ad assestarsi a un due percento del nostro attuale corredo genetico.

Nella grotta della Peña de Candamo (Asturie) sono state trovate rappresentazioni di cavalli, tori selvatici (uri) e cervi visibili nel cosiddetto muro delle Incisioni

Nella grotta della Peña de Candamo (Asturie) sono state trovate rappresentazioni di cavalli, tori selvatici (uri) e cervi visibili nel cosiddetto muro delle Incisioni

Foto: Pedro Saura

   

Un mondo in movimento

In Europa i sapiens si trovarono davanti un clima gelido. In regioni come l’Andalusia di 40mila anni fa, per esempio, la temperatura media annuale stazionava tra i nove e gli undici gradi, come si apprende dallo studio dei resti di tre mammut lanosi trovati nella torbiera di El Padul (Granada). A mano a mano che, nell’Ultimo massimo glaciale, le terre si coprivano di ghiacci, i popoli migravano cercando rifugio nel sud del continente, più caldo, dal quale non uscirono finché le temperature non risalirono di nuovo. Da lì la ricchezza di ritrovamenti nella Francia meridionale, settentrionale e nella parte orientale della penisola iberica o dell’Italia, soprattutto durante il Solutreano, tra i 25mila e i 17mila anni fa.

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Le ricerche genetiche hanno permesso di elaborare nuove ipotesi sugli spostamenti dei sapiens in Europa, anche se Carles Lalueza-Fox, esperto di paleogenetica, ha sottolineato che non è semplice studiare la questione perché ci sono meno fossili dei sapiens di quanti non ce ne siano dei neanderthaliani, visto che i primi non inumavano i corpi nelle grotte. Una delle poche eccezioni è una donna trovata nella caverna di El Mirón (Asturie) e conosciuta come “La signora rossa” giacché venne sepolta con il corpo dipinto di ocra rossa, essendo probabilmente un membro importante della comunità. La donna visse all’incirca 19mila anni fa e condivide parte del patrimonio genetico con un fossile ritrovato in Belgio, più vecchio di quasi il doppio. Se ne deduce che i movimenti dei sapiens nell’Ultimo periodo glaciale dovettero essere piuttosto complessi. Uno studio sui campioni di DNA di 51 fossili diversi ha svelato che tra i 35mila e i 14mila anni fa si verificarono migrazioni, mescolanze e avvicendamenti di alcuni popoli paleolitici, tutti dalla pelle scura e gli occhi marroni, provenienti dalle attuali Grecia e Turchia, finché giunse un nuovo popolo dal Vicino Oriente, i cui membri erano sì dalla pelle scura ma dagli occhi chiari. A ogni modo, si tratta di gruppi disseminati in un territorio vastissimo, i quali si adattavano a uno specifico luogo per poi sopravvivere o scomparire nel periodo di freddo estremo, come accadde a molti.

Calotta cranica scoperta nella grotta di Gough (Cheddar), scarnificata e usata come scodella o coppa circa 14.700 anni fa

Calotta cranica scoperta nella grotta di Gough (Cheddar), scarnificata e usata come scodella o coppa circa 14.700 anni fa

Foto: Natural History Museum, London / SPL / Age Fotostock

Ignoriamo quanti Cro-Magnon vissero nel continente durante il Paleolitico superiore. All’inizio formavano dei piccoli clan, che a poco a poco si organizzarono in concentrazioni numerose, dando luogo a sistemi sociali complessi. Lo sostiene Rodrigo de Balbín, responsabile dei lavori a Tito Bustillo: attorno a quella caverna asturiana vennero occupate contemporaneamente altre dodici grotte, e quindi centinaia di individui si dovettero spostare nel territorio alla ricerca di cibo. Il vasto ambiente di Tito Bustillo era il loro ritrovo.

Per proteggersi dal freddo, i sapiens vivevano in anfratti rocciosi e in caverne, dentro i quali ergevano delle capanne in cui mantenere il calore. Nelle stagioni dal clima più mite, in primavera e in estate, si stabilivano in accampamenti all’aperto con tende fatte di pelli, il cui aspetto non differiva molto dalle caratteristiche abitazioni degli indiani nomadi degli Stati Uniti note come tepee, come nel caso dell’accampamento estivo di cacciatori di renne scoperto a Pincevent, nella regione di Parigi. Probabilmente in tali occasioni si scambiavano le donne, elemento che avrebbe favorito la diversità genetica dei gruppi umani e attenuato la rivalità tra gli stessi grazie alle loro unioni.

Gli spostamenti erano una dura prova per le donne incinte e i bambini piccoli, e si sommavano a una natalità già bassa: tra un figlio e l’altro trascorrevano in genere due o tre anni. Era il periodo riservato all’allattamento. Poiché la mortalità era molto elevata, forse superiore al trenta percento, la popolazione cresceva lentamente. Tuttavia continuò ad aumentare grazie all’eccellente capacità di adattamento all’ambiente naturale, che rappresenta il più grande successo dei sapiens.

Corpo e mente

Dai loro ripari, collocati strategicamente, i gruppi partivano per dedicarsi alla caccia e alla raccolta. Se la sorte era loro propizia, tornavano con carne di bisonte, cervo, capra, cavallo, rinoceronte e, a nord dei Pirenei, renna e mammut lanoso. Ogni tipo di carne era il benvenuto, perché non era facile cacciare. Ciononostante, i sapiens erano molto abili nella caccia e nella pesca, e potevano contare su un arsenale diversificato fatto di legno, osso, pietra e corno: zagaglie, ovvero piccole lance, e propulsori per scagliarle, arpioni e ami. Se volevano abbattere animali grandi, usavano trappole e pianificavano per tempo le partite di caccia, ma spesso preferivano la cattura di piccoli animali, che accompagnavano a vegetali, pesce, uova o frutti di mare. Si è scoperto che 21mila anni fa, nelle Asturie, si mangiava il salmone proveniente dal mare del Nord e anche molto cervo. E sulle coste di Malaga si raccoglievano frutti di mare come vongole, cappelunghe o crostacei. Tutto tornava utile. Il tartaro sui denti di questi sapiens indica che la metà degli alimenti era di origine vegetale: frutta, erba, semi, tuberi, funghi, verdure… almeno finché il raffreddamento si fece più intenso e divenne ancor più difficile raccoglierli. La conoscenza dell’ambiente circostante si trasmetteva di generazione in generazione, e a volte in un modo molto sofisticato: nella grotta di Abauntz, in Navarra, è stata rinvenuta una mappa di circa 13.700 anni fa incisa su una lastra di pietra, con l’indicazione di fiumi, montagne e luoghi dove trovare animali.

Nella grotta di Lascaux, in Francia, sono allineati e sovrapposti diversi animali: bovidi, tra cui uri, cavalli, cervi, e perfino un orso. La pittura risale al Magdaleniano, ovvero a circa 17mila anni fa

Nella grotta di Lascaux, in Francia, sono allineati e sovrapposti diversi animali: bovidi, tra cui uri, cavalli, cervi, e perfino un orso. La pittura risale al Magdaleniano, ovvero a circa 17mila anni fa

Foto: Philippe Psaila / SPL / Age Fotostock

La tecnologia ci consente di scoprire nuovi dettagli sull’evoluzione della vita quotidiana. In base alla forma e al tipo di utensili lavorati in pietra, il periodo è stato suddiviso in quattro grandi culture: l’Aurignaziano (iniziato circa 38mila anni fa), il Gravettiano (30mila), il Solutreano (25mila) e il Magdaleniano (17mila anni fa circa). Nel tempo gli strumenti divennero sempre più piccoli e maneggevoli. Poiché gli utensili si rovinavano e rompevano con l’uso, la loro produzione richiedeva alla comunità molto tempo, e probabilmente c’erano dei “maestri” che intagliavano le pietre più difficili e insegnavano la tecnica ad altri, come dimostra il laboratorio litico trovato a Bergerac (Francia). A quello si aggiungevano le decorazioni del corpo, di cui ignoriamo il significato sociale, e che danno l’idea di una comunità molto organizzata. L’eredità più affascinante di quel periodo si trova nelle grotte: è l’arte rupestre, che si concentra nella zona franco-cantabrica. Anche se alcuni ritrovamenti lasciano intendere che anche i neanderthaliani sapevano dipingere, la diffusione delle pitture avvenne con i Cro-Magnon. In Francia, per esempio, possiamo citare i cavalli della grotta Chauvet (circa 36mila anni fa) e le circa seimila figure rappresentate a Lascaux (17mila anni fa); in Spagna, i bisonti di Altamira (15mila anni fa) e in Italia i bovi della grotta del romito di Papasidero, in provincia di Cosenza (10.500 anni fa) e le circa 140mila figure delle incisioni rupestri della valle Camonica, in provincia di Brescia (le più antiche sono di circa ottomila anni fa), il primo sito patrimonio dell'UNESCO nel nostro Paese. Nell’arte parietale si impongono le rappresentazioni di animali (bisonti, cervi...) ma ci sono anche figure umane, mani, vulve e altri segni dal significato sconosciuto. Sono ugualmente belli gli oggetti che elaboravano e potevano portare con sé. La scultura più antica proviene dalla Germania: è la Venere di Hohle Fels, intagliata nell’avorio di una zanna di mammut tra i 40mila e i 35mila anni fa. Assieme a questa venne trovato un flauto in osso di grifone, indizio che già allora la musica era importante per la cultura e la coesione sociale. L’Ultimo periodo glaciale obbligò i sapiens a ricorrere a tutte le loro capacità cognitive e sociali. Quando quest'epoca finì, l’Europa era già pronta a una novità che avrebbe cambiato radicalmente la nostra storia: l’arrivo dell’agricoltura.

Per confezionare gli indumenti i 'sapiens' usavano aghi in osso, avorio o corno, che comparvero durante il Solutreano, circa 22mila anni fa. Ricostruzione dell’abbigliamento nel Magdaleniano, circa 15mila anni fa

Per confezionare gli indumenti i 'sapiens' usavano aghi in osso, avorio o corno, che comparvero durante il Solutreano, circa 22mila anni fa. Ricostruzione dell’abbigliamento nel Magdaleniano, circa 15mila anni fa

Foto: P. Plailly / E. Daynes / SPL / Age Fotostock

   

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