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La porpora fenicia, la più pregiata delle tinture

Nel I millennio a.C. i fenici crearono un vasto impero commerciale che si estendeva all’intero Mediterraneo. La loro ricchezza si basava sulla porpora, prodotto ottenuto da un umile mollusco, ma bramato dai re, e il cui peso aveva il valore dell’oro


Una leggenda racconta che, durante una romantica passeggiata con la bella nereide Tiro, il dio Melqart scoprì per caso la pregiata tintura color rosso porpora che sarebbe poi divenuta il simbolo dei fenici. Intenzionato a sorprendere l’amata, Melqart mandò il suo fedele segugio lungo le spiagge del Libano alla ricerca di un regalo per dimostrarle il suo affetto. Tuttavia, quando il cane finalmente tornò indietro, il dio si accorse che aveva il muso sporco di sangue. Melqart si avvicinò preoccupato, ma si rese subito conto che il sangue non era dell’animale, bensì proveniva dai resti di un mollusco, il murex, ovvero il murice, che il cane teneva ancora tra le fauci. Appena il composto di sangue del murice e di saliva del cane si fu seccato, diventò di un vivace color rosso porpora, che attirò l’attenzione della nereide Tiro. La ninfa accettò allora di sposare Melqart solo se questi le avesse confezionato un vestito dello stesso colore. Quindi l’ingegnoso dio raccolse un numero sufficiente di molluschi per soddisfare i desideri dell’amata. Fu così che nacque la cosiddetta “porpora di Tiro”.

Melqart scopre la porpora sul muso del suo cane. Olio di Rubens. 1636

Melqart scopre la porpora sul muso del suo cane. Olio di Rubens. 1636

Foto: Akg / Album

Secondo un’altra versione, l’abito di Melqart era destinato al leggendario re di Tiro, Fenice, il quale si invaghì tanto del colore da decidere che da allora i territori sotto il suo controllo si sarebbero chiamati Fenicia, che significava, infatti, “terra della porpora”, e che tutti i futuri sovrani avrebbero dovuto indossare quel colore in segno della loro regalità. Sebbene entrambe le leggende provengano da tradizioni tardo antiche, l’immagine di un cane che addenta una conchiglia di murice è stata rinvenuta su diverse monete di Tiro: le leggende potrebbero avere, perciò, una derivazione fenicia.

Il popolo della porpora

Al di là dei vari racconti mitologici tesi a spiegarne l’origine, la tintura giocò un ruolo fondamentale nella storia dei fenici. Lo stesso termine “fenicio”, usato dai greci per indicare alcune città-stato sorte lungo la costa che oggi appartiene a Libano, Siria e nord di Israele – come l’isola di Arwad, Biblo, Beirut, Sidone, Sarepta e Tiro –, riguardava sicuramente la porpora. In greco phoinix poteva pure riferirsi a un colore rosso porpora, e il fatto che fosse attribuito alle città fenicie sarebbe una voluta allusione alla produzione dei tessuti porpora che consacrò la loro fama. Nell’antichità una teoria altrettanto nota sosteneva che la parola si riferisse al leggendario Fenice che, come abbiamo visto, era per alcuni l’iniziatore dell’uso della porpora a Tiro.

I fenici furono sempre legati indissolubilmente al commercio. Esportavano in tutto il Mediterraneo una grande varietà di prodotti: oggetti in metallo finemente lavorati, sculture in avorio, legno di cedro, athyrmata (chincaglierie), vino e olio d’oliva.

Tuttavia i fenici divennero particolarmente celebri per i panni dai colori accesi e dalla pregiata fattura. Per esempio, Omero lodò le vesti colorate che producevano e indossavano le donne di Sidone e nell'Iliade parla della ricchezza dei tessuti fenici: «[Ecuba] discese nel talamo tutto fragrante, dove erano riposti i pepli di mille colori, lavorati da donne sidonie. Da Sidone il vago Paride li aveva trasportati per mare nell’occasione in cui condusse a Troia Elena, l’attraente figlia di Zeus. Ecuba uno di questi scelse e l’offrì ad Atena: il più bello, il più sgargiante, il più grande, luminoso come un astro, riposto per ultimo nel fondo».

In questo bassorilievo di Antonio Canova la regina di Troia Ecuba offre il suo peplo alla dea Atena. 1792-1793. Museo civico Correr, Venezia

In questo bassorilievo di Antonio Canova la regina di Troia Ecuba offre il suo peplo alla dea Atena. 1792-1793. Museo civico Correr, Venezia

Foto: Akg / Album

Anche gli annali assiri riportano diverse liste di tributi in cui compaiono con frequenza stoffe molto decorate e offerte dalla città fenicia di Tiro. Perfino nell’Antico testamento, in particolare in una lista di prodotti compilata dal profeta Ezechiele, si parla di questo tipo di tessuti.

Migliaia e migliaia di molluschi

Non si può oggi sottovalutare l’importanza culturale, economica e sociale di questi tessuti, la cui produzione artigianale richiedeva tantissimo lavoro. Le stoffe non garantivano solo la protezione dagli elementi, ma erano anche un indice di status sociale, venivano usate per immortalare eventi o storie sugli arazzi e, quando molto pregiate, potevano valere come moneta.

Sfortunatamente non sappiamo molto del loro aspetto o del procedimento con cui venivano realizzate, perché ne sono rimasti pochi brandelli. Malgrado la mancanza di dati, le fonti antiche forniscono parecchie notizie sulla produzione e l’uso della tintura porpora. Inoltre, il ritrovamento di numerosi centri per la raccolta del murice e la sua lavorazione in località come Arwad, Beirut, Sidone, Sarepta, Tiro, Tell Keisan, Shiqmona, Dor e Akko indicano quanto la porpora fosse importante per i fenici.

Mercanti fenici in Britannia tra i secoli IV-II a.C. Incisione da 'Hurchinson's History of the Nation'. 1939​

Mercanti fenici in Britannia tra i secoli IV-II a.C. Incisione da 'Hurchinson's History of the Nation'. 1939​

Foto: Alamy / Aci. Color: Santi Pérez

Nella sua Naturalis Historia del I secolo d.C. Plinio il Vecchio fornisce una spiegazione alquanto dettagliata circa la preparazione della tintura. La materia prima era un liquido vischioso e opaco ottenuto dalla ghiandola mucosa di due tipi di molluschi, il Murex trunculus e il Murex brandaris. Il primo si usava per ottenere un tipo di porpora blu conosciuta come “blu reale”, mentre il secondo per la “porpora di Tiro”. Erano entrambi indelebili, o meglio non decoloravano facilmente, qualità rara tra le tinture antiche che rendeva queste particolarmente apprezzate.

La prima fase del processo consisteva nel raccogliere enormi quantità di molluschi. Poiché entrambe le specie sono carnivore, si immergevano canestri di sparto (una graminacea) con conchiglie e avanzi di pesce come esca.

Una volta raccolto, il murice veniva tenuto in vita in ampi contenitori o stagni artificiali pieni di acqua di mare finché se ne fosse ottenuta una quantità sufficiente. Quindi si procedeva a estrarre la ghiandola mucosa, che contiene i componenti chimici necessari per la tintura. In genere agli esemplari grandi si estraevano le ghiandole con uno strumento speciale in ferro o in bronzo, mentre di quelli più piccoli si pestava il corpo, la ghiandola e la conchiglia sino a trasformare il tutto in un ammasso pastoso.

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Un’industria molto lucrativa

Dopo aver estratto un numero sufficiente di ghiandole, le si metteva in una grande vasca di stagno che conteneva acqua salata e che veniva riscaldata per dieci giorni. In tal modo poco a poco filtrava la tintura: un composto incolore che, grazie a una complessa reazione fotochimica, diventava porpora non appena veniva nuovamente lasciato all’aria e alla luce del sole. L’esposizione del liquido alla luce, assieme all’uso prolungato del calore, provocava un odore talmente fetido da rendere particolarmente famosa e riconoscibile tale manifattura.

 il disegno illustra la produzione della famosa tintura in un centro fenicio situato vicino al mare

il disegno illustra la produzione della famosa tintura in un centro fenicio situato vicino al mare

Foto: Alamy / Aci. Color: Santi Pérez

Infatti la maggior parte degli stabilimenti per la produzione, nonché i cumuli di conchiglie putrefatte, si trovavano fuori dalle città o dai villaggi e, per quanto possibile, sottovento rispetto alle zone residenziali. Plinio il Vecchio ne fa riferimento nella sua opera: «Per questo sia scusata la follia della porpora. Ma da dove provengono i prezzi delle conchiglie, che hanno cattivo odore nel sugo, un colore grigiastro austero e simile al mare in tempesta?».

Poiché ogni murice distillava poche gocce di queste pregiate secrezioni, la manifattura della porpora in quantità industriale richiedeva migliaia e migliaia di molluschi. Gli archeologi hanno calcolato che erano necessari circa 12mila molluschi di un murice medio (60-70 millimetri) per produrre circa 1,4 grammi di tintura, sufficienti a tingere il bordino di un vestito dalle dimensioni normali; quindi, per ottenere la tintura di un piccolo tessuto c’era bisogno di enormi quantità di murice.

Per questo la porpora di Tiro era a volte più cara persino dell’equivalente in peso di argento e oro, e i tessuti potevano raggiungere cifre esorbitanti.

Da quanto racconta Teopompo, uno storico del IV secolo a.C., gli uomini della città di Colofone, in Asia Minore, «erano soliti passeggiare per la città con abiti di porpora, che al tempo era un colore raro pure tra i re; e molto richiesto, giacché la porpora era venduta regolarmente come equivalente all’oro».

Difatti, i tessuti di porpora erano talmente ambiti che per soddisfarne la richiesta abili uomini d’affari crearono molti tessuti simili, ma di qualità inferiore. Prima che gli archeologi possano stabilire con esattezza se si tratti di esemplari genuini di “blu reale” o di “porpora di Tiro”, ceramiche e tessuti tinti di porpora devono perciò essere sottoposti a particolari analisi chimiche. Sebbene l’ecosistema lungo le coste del Libano favorisse una grande concentrazione di murici, non appena la domanda superò le riserve esistenti si dovette importare i molluschi da altre regioni del Mediterraneo e dal golfo di Aqaba, nel mar Rosso. La diminuzione della fauna locale di murici, assieme al desiderio di acquisire sempre più molluschi, fece sì che i fenici iniziassero a fondare oltremare delle colonie che potessero garantire una simile produzione.

Intorno all’VIII secolo a.C. i fenici fondarono in Sardegna diverse colonie, tutte sul mare per favorire le loro attività commerciali. Tra i primi insediamenti vi fu Tharros

Intorno all’VIII secolo a.C. i fenici fondarono in Sardegna diverse colonie, tutte sul mare per favorire le loro attività commerciali. Tra i primi insediamenti vi fu Tharros

Foto: J. Reuther / Age Fotostock

Splendore e decadenza

Le enormi quantità di frammenti di conchiglie rinvenute dagli archeologi a Almuñécar, Toscanos e Morro de Mezquitilla in Spagna, a Cartagine, Kerkouane e Meninx (Gerba) in Tunisia e a Mogador, in Marocco testimoniano una produzione della porpora su grande scala sia nella penisola iberica sia nel nord dell’Africa.

Secondo Plinio, dopo Tiro era la città di Meninx a realizzare la tonalità di porpora più intensa. Si può quindi affermare che l’amore dei fenici per la porpora era pari a un altro grande obiettivo da loro conseguito: l’esportazione in tutto il Mediterraneo dell’alfabeto, che questo popolo diffuse al pari di altri beni.

Sottomessi dal IV secolo a.C. alla Grecia ellenistica e successivamente a Roma, i fenici scomparvero gradualmente. Invece la manifattura della porpora, di cui avevano posto le basi, continuò a fiorire.

I romani svilupparono proprie tecniche per l’allevamento artificiale del murice e di altri molluschi in conche scavate nella roccia. La produzione della tintura continuò nell’impero romano d’Oriente fin quando gli imperatori bizantini non ebbero più le risorse economiche per portare avanti una simile dispendiosa attività. La porpora continuò anche a essere il simbolo della regalità per molti secoli dopo la scomparsa dei fenici, sia in Oriente sia in Occidente.

Nell’impero bizantino la porpora era un colore destinato solo ed esclusivamente ai regnanti. In questo mosaico della Basilica di San Vitale, a Ravenna, l’imperatrice Teodora indossa una tunica porpora. VI secolo

Nell’impero bizantino la porpora era un colore destinato solo ed esclusivamente ai regnanti. In questo mosaico della Basilica di San Vitale, a Ravenna, l’imperatrice Teodora indossa una tunica porpora. VI secolo

Foto: UIG / Getty Images

Alla sua morte, nell’814, anche l’imperatore Carlo Magno si fece seppellire in una tomba dentro la cattedrale di Aquisgrana avvolto in un sudario di seta confezionato a Costantinopoli, intessuto di fili dorati e tinto con la preziosa porpora dei re. Malgrado i progressi nella creazione delle tinture, che hanno permesso di produrre una porpora più economica rispetto al passato, ancora oggi in alcuni luoghi del mondo la porpora di Tiro viene associata alla regalità.

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