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Alla Gam di Torino gli antinovecentisti del collezionista Giuseppe Iannaccone: dalla Scuola Romana ai Sei, da Guttuso a Morlotti





Settant’anni separano la bevitrice d’assenzio ritratta da Edgar Degas e la «Donna al caffè» dipinta da Arnaldo Badodi nel 1940. «La malinconia è la musa del ‘900», ha scritto Emily Braun, studiosa dell’arte italiana tra le due guerre. Lo è, probabilmente, di tutta l’età moderna; è la musa triste della perdita delle certezze, di un’epoca in cui il progresso ha portato alienazione e lo sviluppo economico non ha escluso l’emarginazione sociale.

La evocò anche Sironi, ma in forma di tragica interpretazione di una classicità sepolta nei secoli, di un passato glorioso da ricostituire. C’è uno scarto decisivo tra la malinconia come pura, eroica nostalgia, e quella capace di incarnarsi anche nella povertà di un’osteria dipinta da Rosai o nelle pensose lettrici di un’opera del ’42 di Roberto Melli in un interno piccoloborghese.

Badodi, Melli e Rosai sono gli artisti amati da Giuseppe Iannaccone, avvocato milanese e collezionista che non nasconde la sua stima per Sironi, per Oppi o altri novecentisti; ma lui, agli inizi della sua carriera di giovane legale alle prese con il primo, duro impatto con le esigenze della professione, cercava nell’arte «la verità dell’animo umano, l’essenza dell’umanità».

E l’uomo è fatto di bellezza e meschinità, miseria e felicità: il percorso offerto al visitatore della Galleria Civica d’arte moderna di Torino sino al 12 settembre è soprattutto un viaggio sentimentale. Quello di un collezionista non così comune in un mercato in cui si aggirano famelici speculatori e quello tra i sentimenti e le passioni che animano posture ed espressioni dei personaggi ritratti.

Ecco le «Signorine Rossi» (1938) di Renato Birolli, i «Dioscuri» (1931) di Aligi Sassu, o le donne e l’unico frequentatore di un postribolo romano del 1945 in un dipinto di Alberto Ziveri che ha la stessa potente e antieroica eloquenza delle scene newyorkesi che tra gli anni Venti e Quaranta appaiono nelle tele di Reginald Marsh o di Isabel Bishop.

A colpire il giovane avvocato furono anche le corrispondenze tra i «suoi» artisti, i protagonisti della Scuola Romana o i Sei di Torino, tra gli altri, e l’arte internazionale, un’apertura che cozzava contro l’esaltazione dell’«italianità» propugnata dal novecentismo. Una pittura, dunque, più turbata, animata da soggetti non sempre rassicuranti, permeata da atmosfere in cui l’erotismo e la sensualità trasudano sia da un «Suonatore di flauto» di Filippo De Pisis sia dalle dormienti nude che scandiscono lo spazio di un’opera di Fausto Pirandello, per non dire del «Nudo sdraiato» del ’34 di Carlo Levi.

Gran parte della migliore poesia e letteratura del ‘900 hanno saputo conferire, ben oltre gli orpelli iconografici e simbolici, una dimensione mitica ed eroica a ciò che vi è di più comune, quotidiano o anche triviale. Né sarebbe possibile comprendere pienamente l’arte collezionata da Giuseppe Iannaccone senza degustarla insieme a qualche verso di Sandro Penna o a qualche pagina di Gadda. Un titolo come «Viaggio controcorrente. Arte italiana 1920-1945», scelto dai curatori Annamaria Bava, Riccardo Passoni e Rischa Paterlini per la mostra di cui si parla, è perfetto per descrivere una collezione che annovera, oltre ai già citati, tele di Antonietta Raphaël (tra cui un interno di Sinagoga dai toni chagalliani), Mario Mafai, Renato Guttuso, Giuseppe Migneco, ma che al capitolo «Nature morte» fa tranquillamente a meno di Giorgio Morandi.

Se la vocazione alla libertà contrassegna gli artisti tra le due guerre, vissuti in un’epoca contraddittoria, feroce ma ancora in grado di accogliere in sé il calore del rapporto umano più intimo e genuino, la stessa ha orientato nelle sue scelte il collezionista, che rivendica ancora oggi il suo diritto al «capriccio» ma anche all’emozione. Non a caso nella sua raccolta si passa direttamente dalla realtà sondata dagli artisti non allineati del Ventennio, a quella cui fanno riferimento i nostri contemporanei, senza indugiare su zone cronologicamente intermedie, prime fra tutte l’Arte povera.

Tra le numerosi ragioni di una visita alla Gam, la scoperta di personalità più defilate, come il già citato Arnaldo Badodi (Milano, 1913-Nikolajewka, 1943), che con nove opere è il più rappresentato, dopo Birolli, nella raccolta che continua a crescere anche nell’ambito storico trattato dall’attuale mostra: proprio un suo «Circo» è tra le acquisizioni più recenti (ai due artisti è dedicato il saggio di Elena Pontiggia in catalogo). Un altro ottimo motivo sono gli accostamenti offerti dai curatori.

Intorno alle 75 opere della collezione Iannaccone ne ruotano altrettante di analoghe tematiche (indagate in catalogo da Flavio Fergonzi) e temperie, con affascinanti «intarsi» antichi provenienti dalla Galleria Sabauda. Al nucleo della Gam si uniscono infatti alcuni prestiti dalla galleria Sabauda, da «I giocatori di carte» di David Teniers il Giovane (accostato a un Vedova ancora figurativo del ’42) a una scena fluviale mitologica di Francesco Albani affiancata a «La spiaggia» di Pirandello; da un Baccanale del Grechetto (che nella sezione «Figure» è in compagnia di «Metamorfosi» di Italo Cremona o dei «Poeti» di Birolli) a «Frutta e fiori» di Abraham Brueghel allestiti tra le allegorie novecentesche; e, ancora, dai boschi della scuola di Lorrain (confrontati con quelli di Galante, Spazzapan e Martina) alla Roma di Gaspar Van Wittel più luminosa ma struggente quanto quella di Mafai e Scipione.

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