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Il teatro nō: la prima forma teatrale giapponese

Attori del teatro nō

Il teatro  è la prima forma teatrale tradizionale giapponese. Le esibizioni si discostano particolarmente dalla concezione occidentale di teatro. Gli attori (sempre uomini) recitano cantando e ogni elemento presente sulla scena contiene una valenza pratica e simbolica. Per poter apprezzare a pieno una rappresentazione di teatro  è quindi necessario conoscere la funzione delle sue componenti.

Prima di esplorare gli elementi simbolici del teatro , è importante capire in che modo nasce e si sviluppa la sua forma.

Cosa c’era prima del teatro nō?

Prima dell’affermazione del teatro , esistevano diversi gruppi di artisti che si esibivano mostrando le proprie abilità. Non tutti avevano gli stessi privilegi e in base al loro prestigio si esibivano a corte e nelle strade del Giappone. Gli spettacoli che avvenivano a corte sono conosciuti con il nome di bugaku e comprendevano danze con accompagnamento musicale, spesso di origini cinesi o indiane.

Il sarugaku invece era l’intrattenimento popolare in cui le figure principali erano i biwa-hōshi. Questi ultimi erano cantastorie che narravano vicende popolari, storie comiche. Inoltre, esisteva il dengaku in cui l’obiettivo principale era quello di realizzare danze agresti, riproponendo i momenti della semina e della raccolta. Insomma, con le diverse esibizioni gli artisti intrattenevano chiunque volesse ascoltare trame edificanti.

Pian piano tutti gli artisti di strada decisero di unirsi in modo da raffinare le proprie arti. Tra questi, il più importante fu senza ombra di dubbio Kan’ami, un artista di sarugaku che cercò di rendere più piacevole e meno noioso il dengaku. Egli ebbe l’intuizione di dar vita al sarugaku no nō, in seguito al quale nacque anche il kyōgen, un’altra forma di teatro che si sviluppò contemporaneamente con il teatro .

In che periodo nasce il teatro nō?

Il teatro  risale al XIV secolo ed era inizialmente un calderone di diverse arti mescolate tra loro. In quel periodo, l’attività di Kan’ami venne patrocinata dallo shogun Ashikaga Yoshimitsu il quale rimase invaghito del talentuoso figlio dell’artista. Il suo nome era Zeami e fu la figura principale per la sistematizzazione del teatro nō e per il suo sviluppo. In seguito alla morte di Yoshimitsu, Zeami perse il favore dello shogun successivo che invece preferì un altro gruppo teatrale. L’artista non si perse d’animo, anzi, lavorò profondamente affinché il teatro  potesse essere rispettato e ammirato da chiunque.

Zeami decise di mettere al sicuro tutte le opere teatrali e le sue conoscenze, trascrivendo a mano la descrizione delle sue arti. Un’esigenza che lo contraddistingue dai suoi contemporanei poiché la tradizione orale veniva favorita pienamente. Grazie a Zeami si riconosce la distinzione tra il teatro  e le altre forme teatrali. Egli non solo realizzò tale sistematizzazione, ma aggiunse anche la bellezza nei testi scritti dimostrando il suo genio creativo.

Grazie ai ventuno trattati scritti da Zeami, che sono stati ritrovati soltanto agli inizi del secolo scorso, si è potuto capire cos’è il teatro . L’obiettivo principale di questa forma teatrale è creare un’atmosfera nella quale lo spettatore può immergersi. Lo scopo non è quindi quello di raccontare una storia con dettagli che limitano l’immaginazione dello spettatore, al contrario è quello di creare una situazione nella quale immergersi e provare individualmente a comprenderne i significati.

Quali sono gli elementi del teatro nō?

Il teatro nō è costituito da alcuni elementi limitati. La musica viene prodotta da un’orchestra sul palco, costituita da musicisti e pochi cantanti che formano il coro (tra quattro e dodici persone). La danza è particolarmente elegante e i piedi svolgono il ruolo principale nella realizzazione di svariati passi. Le tecniche di recitazione sono basate su movimenti stilizzati, programmati, accennati appena. L’arte scenografica non è eccessiva, costituita da maschere e pochi accessori scenici.

Il palco è molto particolare. C’è un tetto che rimanda alla forma dei templi giapponesi, sostenuto da quattro pilastri che, in quanto oggetti oblunghi, favoriscono la discesa delle divinità. In realtà, servono anche agli attori per orientarsi giacché le maschere che indossano non permettono di avere una visuale chiara. Butai è il termine utilizzato per indicare la parte quadrata dove si svolgono le azioni. Aperto su tre lati, non ha il sipario poiché lo spettatore è chiamato ad essere partecipe della vicenda, infatti non si spengono nemmeno le luci durante l’esibizione. L’unico pannello chiuso del palco (quello posteriore) ha il dipinto di un pino, simbolo di longevità.

Il tipico palco del teatro nōhttps://www.lacooltura.com/wp-content/uploads/2020/05/Noh-stage-300x216.jpg 300w, https://www.lacooltura.com/wp-content/uploads/2020/05/Noh-stage-768... 768w, https://www.lacooltura.com/wp-content/uploads/2020/05/Noh-stage-583... 583w, https://www.lacooltura.com/wp-content/uploads/2020/05/Noh-stage-640... 640w, https://www.lacooltura.com/wp-content/uploads/2020/05/Noh-stage-681... 681w" sizes="(max-width: 965px) 100vw, 965px" />
Tipico palco del teatro nō

Hashigakari è il ponte che collega il butai con la zona dietro le quinte. La sala dello specchio è l’ultima stanza che l’attore attraversa prima di camminare sull’ hashigakari. Si chiama così perché contiene uno specchio di fronte al quale l’attore deve indossare la maschera. Attraverso questo rito che deve svolgere completamente da solo, l’artista abbandona la sua identità per diventare un’altra persona. Questa è una delle lezioni di Zeami: l’attore deve estraniarsi da sé stesso e lo specchio è fondamentale perché aiuta a vedere concretamente questa sorta di “trasformazione”.

Quali sono le maschere utilizzate dagli attori?

Nōmen è il nome della maschera del teatro  ed è indossata soltanto dal protagonista. Ha una dimensione in genere più piccola del volto umano e copre quasi completamente gli occhi dell’attore proprio per il motivo che abbiamo già accennato della rinuncia alla propria identità. Una completa trasformazione è caratterizzata da una visione diversa del mondo, ecco perché lo sguardo deve essere un altro e non quello dell’attore vero e proprio.

La nōmen non ha un’espressione, è neutra ma in base ai movimenti del volto dell’attore riesce ad acquisire una forte potenzialità. Per esempio, abbassando la testa si esprime uno stato di tristezza oppure alzandola si esterna felicità. Quelle più antiche risalgono al periodo Muromachi, sono realizzate in legno e in seguito vengono decorate in base alla caratteristica del personaggio.

Ci sono maschere femminili e maschere maschili. La maschera femminile classica si chiama ko-omote, si indossa quando il personaggio da interpretare è una bella donna, giovane. Allo stesso modo, la maschera maschile classica si chiama dōji, spesso utilizzata anche per interpretare i ruoli delle divinità. Sia per le maschili che per le femminili, ci sono maschere con caratteristiche di personaggi cattivi o anziani. Per esempio, se è la maschera di una persona invecchiata, ci sono pochi capelli e gli occhi sono color oro.

Quali sono i ruoli interpretati dagli attori?

In una rappresentazione di teatro , ci sono almeno due ruoli principali. Lo shite è “colui che fa”, il protagonista che deve polarizzare l’attenzione dello spettatore, indossa la maschera e danza con movimenti equilibrati. Il waki è il deuteragonista, sta seduto ogni volta in basso a destra e interpreta sempre il ruolo di un personaggio vivente. Spesso, viene considerato come il motore del teatro  perché coglie i punti più sensibili dello shite e rappresenta un monaco buddhista che aiuta il protagonista a raggiungere la salvezza.

Attori del teatro nōhttps://www.lacooltura.com/wp-content/uploads/2020/05/Noh3-300x221.jpg 300w, https://www.lacooltura.com/wp-content/uploads/2020/05/Noh3-80x60.jpg 80w, https://www.lacooltura.com/wp-content/uploads/2020/05/Noh3-100x75.jpg 100w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /> Attori del teatro nō

Quando lo shite mette piede sull’ hashigakari, la prima cosa che vede di fronte a sé è l’immagine dei bambù dipinta sulla parete. Un messaggio che si rifà a un detto del buddhismo zen il quale dice che se si dedica la propria vita a dipingere bambù, allora si diventa un bambù. Ancora una volta il protagonista deve ricordarsi del distacco con la sua identità, per vivere a pieno la fusione avvenuta nella sala dello specchio: l’attore non deve interpretare, ma diventare il personaggio stesso. Probabilmente è un po’ come avviene nei riti sciamanici dove coloro che realizzano la funzione, vengono per un attimo impossessati da uno spirito ultraterreno.

Ci sono al massimo due attori secondari i quali hanno poche battute (spesso neanche una) oppure interpretano lo shite in occasione di qualche inconveniente. Il kokata è un attore bambino che si può trovare sulla scena a cristallizzare personaggi di rilievo (tipo l’imperatore). Vive con il maestro sin dall’età di cinque anni circa, poiché il percorso per diventare un ottimo attore è lungo e faticoso.

Come si diventa shite o waki?

Le goryū, san yaku sono le scuole di  che preparano gli attori a diventare rispettivamente shite e waki. Cinque famiglie (o scuole) insegnano agli attori come interpretare il ruolo del protagonista e tre famiglie insegnano come diventare un perfetto deuteragonista. Anche per i musicisti ci sono delle scuole in cui si può perfezionare l’arte di uno strumento. La cosa affascinante del teatro  è che non ci sono prove e ad ogni rappresentazione si incontrano gli attori singolarmente, provenienti dalle diverse scuole di appartenenza.

Tutti conoscono a memoria tutte le opere, tutti i passi, e la bellezza sta nel creare ogni volta un momento irripetibile, come se fosse un calcolo combinatorio che si fonde un’unica volta. Questa è la magia del teatro : gli attori ogni volta sono diversi e si incontrano tra loro direttamente sul palco, quindi è una sorpresa unica sia per chi interpreta i personaggi sia per il pubblico. Diviene così quasi impossibile rivedere due volte una stessa rappresentazione .

Quante opere di teatro
 esistono?

Esistono circa 230 opere di teatro  e a partire dall’epoca Tokugawa è stata realizzata una suddivisione in cinque categorie in base alla funzione dello shite, cioè se interpreta una divinità, un demone, un guerriero, una dama e un personaggio stravagante. A partire dal 1905, sono state suddivise in soli due gruppi: un gruppo che racchiude le opere che riguardano la dimensione onirica e un gruppo in cui la storia corrisponde all’effettivo scorrere del tempo.

Le rappresentazioni del teatro  si svolgevano durante tre giorni, seguendo il principio musicale dello johakyū che consiste nell’introduzione, nello sviluppo e nella conclusione di una esibizione. Rispettivamente, a ognuno di questi momenti era dedicata una intera giornata. Poiché le esibizioni diventavano davvero lunghe e spesso pesanti, il teatro kyōgen fungeva da intervallo siccome era caratterizzato da un linguaggio non elegante, semplice e lo spettacolo era abbastanza breve (circa venti minuti).

Come si può interpretare il teatro
nō?

Il teatro  è ricco di significati, bisognerebbe analizzare qualche opera per poterne comprendere la complessità e la profonda bellezza che si nasconde dietro i più semplici e apparenti elementi. Costumi, oggetti, parrucche, accessori, sono tutti componenti essenziali e che non sono messi a caso, ma rappresentano dei simboli precisi e unici, tali da rendere le esibizioni ricche di interpretazioni.

Provando a guardare su youtube qualche esempio di rappresentazione , ci si può annoiare facilmente: il testo è in giapponese e ogni movimento sembra richiedere troppo tempo per persone come noi abituate ad avere tutto e subito, in un’era in cui tutto sembra essere così fluido e inafferrabile. Sarebbe interessante però provare a lasciarsi immergere nell’atmosfera che il teatro nō crea.

Spazio e tempo non sono definiti da un regista o da oggetti di scena, ma sono totalmente inespressi poiché in un certo senso sta allo spettatore il compito di definire in quale luogo e in quale momento vuole vivere quelle emozioni. Probabilmente scopriremmo lati del nostro inconscio del tutto inesplorati poiché spontaneamente ci potremmo ritrovare in spazi e tempi che non ci saremmo mai aspettati di vivere.

Miriam Verzellino

Bibliografia

  • Zeami Motokiyo, Il segreto del teatro nô, René Sieffert (cur.), Gisèle Bartoli (trad.), Adelphi, Milano, 1996
  • Benito Ortolani, Storia del teatro giapponese, Bulzoni, Roma, 1998

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