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cultură şi spiritualitate

I vestiti “scomodi” della rievocazione

In quanto gli uomini sono della loro naturale condizione (Illustrissimo Signore) così diversi nei loro aspetti, e tanto differenti nelle loro abitudini, e tanto temerari nei loro giudizi, non c’è sulla terra una cosa così perfetta, né terminata che completamente soddisfaccia il gusto di tutti, specialmente, essendo così varia la capacità di intendere dell’uomo, che ogni volta che di nuovo guarda una cosa ne ha un’opinione diversa.

1580, Juan de Alcega, Geometria Practica Y Traça, introduzione.

Ovvero

Assai volentieri gli uomini credono in quello che desiderano essere vero.

Giulio Cesare, De Bello Gallico III, 18.

Da quando ho iniziato la mia collaborazione con rievocatori, manifestazioni storiche, palii e quant’altro vagamente ispirato alla storia, ormai qualche anno fa, il mondo attorno a noi è cambiato e così la percezione del passato e della storia.

Lavorando con appassionati di costume, dai figuranti dei cortei storici ai cosplayers, mi sono immersa in un continuo flusso di dati che riguardavano il rapporto tra noi, uomini e donne del nuovo millennio, e la Storia, grande o quotidiana che fosse.

Il punto di contatto tra le due realtà è, tuttavia, il presente, con tutte le sue contraddizioni, passioni, faziosità e possibilità e, nel corso degli anni, sempre più mi sono resa conto di quanto la nostra visione e fruizione del passato cambia, impercettibilmente, a seconda di ciò che accade nel nostro quotidiano.

Trent’anni fa, quando ho iniziato a muovermi a cavallo di questi mondi, vi era una grande richiesta di informazioni, di dati e curiosità per la ricerca, ciò dovuto anche al fatto che la storia del costume e della cultura materiale stavano ancora muovendo i primi passi in termini di metodo e scientificità.

Esistevano dei testi fondamentali oltre i quali, però, la ricerca era ancora del tutto innovativa: il mondo del passato era una foresta con tanti sentieri, poche radure illuminate e molte zone d’ombra. Nel corso degli anni, sempre più studiosi e appassionati hanno aiutato a sfrondare questo bosco di incertezze, eliminando vecchie e false concezioni sulla vita delle persone nel passato, scoprendo sia le distanze sia le vicinanze con il nostro tempo, in termini di costumi e abbigliamento, ma anche concezioni di vita e di lavoro, strumenti e tecnologie, gusti e convinzioni.

Nello stesso periodo quelle che erano state manifestazioni a carattere folklorico, di ispirazione vagamente storica e dalle radici spesso religiose, si sono trasformate e moltiplicate, attirando sempre più persone, sia come spettatori che come partecipanti.

Sono nate così le moltissime manifestazioni ispirate alla storia: i carnevali, i palii, i giochi medievaleggianti, i gruppi di combattimento, quelli di danza storica, quelli di rievocazione e quelli di ricostruzione, quelli che hanno “sposato la causa” di un luogo – una chiesa, un convento, un castello, un ostello – prendendosene cura e salvandolo dall’oblio e dalla distruzione, quelli che amano partecipare una volta all’anno alla festa del paese e quelli che, invece, vivono la contrada o l’associazione tutto l’anno, trovandovi occasioni di socializzazione, di svago, di divertimento e, perché no, perfino di studio e di impegno sociale.

La festa, il corteo, la corsa dei cavalli, degli asini o delle lumache, insomma, non sono più solo un evento occasionale cui partecipiamo magari con il sopracciglio un po’ alzato, ma sono diventate le occasioni per uscire, per distrarci dalla routine, per vivere il presente in modo fascinoso e vagamente sorprendente.

Niente quanto il passato, in effetti, riesce a sorprenderci tanto; non il mondo industriale, che è ormai diventato il nostro presente, spesso opprimente e disperato; non il mondo dello spettacolo, dove ormai ogni genere di trasgressione è diventata la normalità e ci lascia spesso l’amaro in bocca; perfino il mondo digitale, pur con le sue continue innovazioni, e forse proprio per questo, ottiene l’effetto di farci sentire inadeguati, un po’ scollegati, a volte persi dietro ai continui mutamenti e ad un sentimento di ansia per la continua accelerazione a cui con difficoltà riusciamo a stare dietro.

Il passato, invece, è una fonte di ispirazione infinita ed allo stesso tempo già compiuta, rassicurante, nel quale le sorprese sono a nostra disposizione se solo vogliamo cercarle.

Né va sottovalutata la riscoperta delle conoscenze artigianali, perse nel nostro vivere quotidiano tra gli anni ’80 e gli inizi del terzo millennio ed anche per questo molto apprezzate sia dalle generazioni più anziane – che hanno vissuto sulla loro pelle la perdita progressiva di molte competenze -, sia da quelle più giovani – che proprio perché spesso non le hanno mai conosciute le vivono adesso con grande passione.

Senza sorpresa, queste antiche conoscenze sono diventate anche il nuovo terreno di incontro tra generazioni diverse, gli uni alla ricerca di conforto e di una visione tradizionale, un po’ conservatrice della vita, gli altri alla riscoperta della manualità e del contatto con la terra, la vita, il mondo naturale, fino ad ora fin troppo spesso vissuto solo attraverso uno schermo digitale.

Oggi conosciamo molto dei secoli passati, ma adesso quando vengo chiamata per fare consulenza, per una conferenza, per una ricerca storica, ciò che mi si chiede è spesso diverso rispetto alle semplici informazioni su “cosa andava di moda” in questo o in quel secolo.

Tuttavia, anziché ragionare su di una visione più ampia che aiuti a comprendere meglio sia il passato che il presente, spesso le domande vorrebbero risposte certe, definitive, rassicuranti e che soprattutto confermassero opinioni già decise.

Ad esempio, tra le domande più comuni vi è “come vestivano le donne del passato”, se “davvero indossavano il velo”, se “portavano il trucco o no”, se “le vesti erano aderenti” – e quanto – e se si possono evitare le pieghe “perché sono brutte e non donano”. Gli uomini poi, vorrebbero essere vestiti come guerrieri antichi, ma se gli dici che si devono vestire di lana “eh, ma poi si suda troppo!”; o mettere le calze “non si potrebbero avere dei pantaloni?”; o, non sia mai, per chi rievoca il Rinascimento, indossare la famigerata braghetta: diventano rossi e scuotono la testa!

Ciascuna di queste domande e affermazioni rivela, in realtà, più legami con il presente che vero interesse per il passato, e se la risposta non coincide con quella che si vorrebbe sentire ci si rimane male.

Se noi oggi colleghiamo l’uso del velo alla sottomissione femminile, ad un difficile rapporto con l’Islam, se indossarlo ci imbarazza, ci sembra troppo stretto, troppo largo, che ci ingoffa o ci “abbruttisce”, non per questo possiamo decidere di eliminarlo dalle manifestazioni dove la storia è protagonista.

Se il trucco indubbiamente ci rende più attraenti ma abbiamo deciso di partecipare ad una manifestazione di rievocazione nella quale non sono ammesse deroghe, è inutile che ci arrabbiamo o ci mettiamo il rossetto di nascosto. Davvero non riusciamo ad affermare la nostra femminilità e personalità senza rimmel e mascara?

La sartoria del passato, poi, prevede un concetto diverso dell’abito rispetto a quello odierno, ma non è necessariamente più “brutto” solo perché ha pieghe o tagli che oggi non siamo abituati a vedere, né è più scomodo o più imbarazzante di tanti altri indumenti odierni – penso alla moda di indossare i jeans con il cavallo così basso da rendere difficile non perderli per strada e non mostrare le mutande, firmate, ovviamente!

Le domande, pur espresse nella naturale curiosità per il passato, oggi rivelano molti più aspetti su di noi e sulle nostre necessità e incertezze di quanto ci immaginiamo. Non che sia un male, è semplicemente uno degli effetti che il nostro tempo provoca in noi.

Nuove vulnerabilità, persistenti problematiche sociali, vecchie e nuove paure e solitudini, fanno affiorare antichi fantasmi anche nei mondi dell’immaginario, di cui vorremmo disporre come crediamo meglio forse solo per essere rassicurati nel nostro presente.

E questo è il punto: la nostra società, con tutte le sue sfide – dalla globalizzazione al consumismo, l’inquinamento, il cambiamento climatico, l’incertezza economica e politica, ed oggi il Covid19 che le esalta tutte – ci espone a fragilità e insicurezze, rivelando un forte bisogno di stabilità, certezze e una vera e propria ricerca delle «radici», ma, in effetti, ha difficoltà nell’accettare le cose senza pregiudizi.

Manca un senso critico ed un approccio più possibilista e dubitativo sulle affermazioni e le informazioni che si possono ormai comunemente trovare sui media, in particolare in internet. Ma non è internet che è sbagliato, forse è come noi usiamo questo prezioso strumento che andrebbe ricalibrato. O, forse, dovremmo ricalibrare il modo con cui affrontiamo le cose.

Per concludere, mi viene da dire, se una lezione c’è che possiamo accogliere dal passato è la forza con cui i nostri antenati hanno affrontato le tante difficoltà della loro esistenza, la resilienza agli eventi negativi – le guerre, le pestilenze, le catastrofi naturali, e perché no, anche i vestiti “scomodi” – sapendo che il passato non si può cambiare, ma il futuro, quello sì.

Sara Paci Piccolo

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Il sito web di Sara Paci Piccolo:
Storia del costume e della sartoria,
sartoria teatrale e storica, storia del cristianesimo

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