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cultură şi spiritualitate

I pescatori lipovani: l'isola come modello culturale e paradigma etnico


http://www.orizonturiculturale.ro/it_studi_Ivan-Evseev.html

I cambiamenti che si stanno verificando oggi nei paesi dell’Europa Orientale, nelle varie regioni dell’ex Unione Sovietica, in alcune parti dell’Asia, dell’Africa e dell’America meridionale, insieme alle questioni sulla ricostruzione politica, economica e sociale hanno sollevato una serie di problemi di natura etnica molto seri. Mai come ora è importante non tanto la definizione astratta di concetti come nazione, popolo, minoranza nazionale, quanto la consapevolezza di ogni gruppo etnico sia delle sue valenze creative positive sia dei suoi errori storici. 
Un gruppo etnico non è una semplice somma di individui uniti da una comunanza di lingua, distribuzione geografica, origine e tradizioni culturali e religiose. Ognuna di queste peculiarità ha un proprio significato che può diventare un indice puramente formale senza essere un elemento psicologico di ogni membro di questa comunità e senza inserirsi organicamente nel suo inconscio e subconscio. 

Un'etnia viva è soprattutto un campo d’azione di determinate forze psichiche. «Il campo etnico, scrive Lev Gumilev, autore di una delle più originali teorie contemporanee dell’etnogenesinon si concentra nel corpo della madre e del bambino ma si sviluppa tra di loro» [1]. Il senso dell’unità etnica si crea attraverso la ripetuta intersezione di forze provenienti dall’ambiente circostante. L’uomo riceve questi flussi attivi di energia innanzitutto dall’ambiente geografico del suo habitat. In questo caso, l’etnia è la continuazione della biosfera, la continuazione di un determinato paesaggio. 
Come scriveva il grande poeta e filosofo romeno Lucian Blaga, è impossibile capire il popolo romeno senza tenere conto del rilievo specifico della zona carpatica, che egli chiamò «spazio mioritico» [2]. Evidentemente, neanche l’essenza del popolo slavo orientale può essere penetrata senza tener conto del fatto che lui è figlio di fitte foreste e di infinite steppe. Senza indulgere nell’estremo determinismo materialista, si può affermare che l’habitat determina sia l’ordinamento economico del gruppo etnico sia la sua psicologia e cultura. Ma tale dipendenza tra fattori materiali e fenomeni di ordine morale non è unidirezionale. Il modello comportamentale culturale, a sua volta, sostiene e orienta la sinergia tra l’etnia e il paesaggio, determinando i processi della vita economica dei suoi membri. 
Se la comunità etnica è, innanzitutto, un campo energetico transpersonale ben definito, allora sorge naturale una domanda: in che modo questi flussi di energia sono trasferiti da una persona a un’altra? L’energia trasmessa non può avere una natura puramente intellettuale e razionale, poiché il suo effetto ha un carattere soprattutto emotivo. Ma non è un’emozione nella sua forma pura o una semplice sensazione. Le empatie etniche non possono essere ricodificate solo nelle espressioni poetiche del folclore e della letteratura. Esse possono assumere la forma di un’asserzione logica, di giudizi filosofici «sull’anima nazionale» dell’etnos. Il più delle volte, questa domanda e una serie di altre condizioni di comunicazione collettiva corrispondono a quella forma di vita interiore e mentale e a quell’unità del sistema informativo semantico, che viene abitualmente chiamata simbolo. Il simbolo culturale è oggetto dell’ontologia (che ha sempre una forma materiale) e anche la realtà dell’anima umana che si rivolge sia al conscio sia al subconscio. È una forma di conoscenza e di espressione dei sentimenti. Una parte di questi simboli risale all’antichità. Essi sono profondamente radicati nell’anima del popolo e sono tramandati con cura di generazione in generazione. Tali simboli possiedono un'enorme forza creativa e modellante che C.G. Jung, un grande conoscitore delle profondità dell’anima umana, ha chiamato archetipi. 
La storia di ogni gruppo etnico è determinata in gran parte proprio da questi simboli-archetipi. Ciascuno di loro ha una grande forza d'irradiazione e di cultura. Ogni simbolo genera un mito, una leggenda, una fiaba o una canzone. Sta alla base della fede e della morale ed è il punto di riferimento del bene e del male. Si trasforma in modello di azione e obiettivo di una serie infinita di comportamenti e di reazioni dell’anima. Molto spesso gli archetipi hanno un carattere universale, li possiamo trovare in tutte o nella maggior parte delle culture del mondo ma il loro modo di ripercuotersi varia da nazione a nazione. La risonanza e le capacità di modellazione dello stesso simbolo sono diverse in ogni popolo.

Il simbolo dell’Isola per i russi lipovani

Per i russi lipovani vecchi credenti, che vivono nel territorio della Romania, il simbolo dell’Isola deve essere considerato un simile archetipo. Essi hanno ereditato questo simbolo dagli antichi tempi della formazione della cultura russa. Con questa immagine ideale segreta di un paradiso terrestre nella mente e nel cuore ebbe inizio per i loro antenati, i Vecchi Credenti della Russia del diciassettesimo secolo, l’esilio e l’odissea sulla sconfinata distesa della loro terra madre la quale, dopo le riforme del patriarca Nikon e dello zar Aleksej Michailovič Romanov, divenne loro ostile. All’inizio era un monastero o un villaggio isolato dal resto del mondo da oscure foreste e paludi impraticabili. Poi sorsero delle vere e proprie isole-fortezze dei Vecchi Credenti: al nord, le gloriose e in seguito tragiche Isole di Solovki [3], nel Mar Bianco; all’ovest, la famosa Isola di Vetka del fiume Sož, importante centro dei vecchi credenti beglopopovcy [4];all’est, i numerosi villaggi-isole siberiani, simili alla tragica Matiora [5] riprodotta in modo magistrale da Valentin Rasputin. Il piccolo pezzo di terra circondato dalle acque, come se fosse tagliato fuori dal mondo, non poteva corrispondere meglio alla situazione reale dei vecchi credenti nella società e al loro stato d’animo. L’isola rappresenta la libertà ma anche l’esilio forzato e la detenzione. Nelle opere mitico-epiche di tanti popoli antichi è presente l’immagine dell’isola delle speranze e del paradiso perduto. Gli antichi greci credevano nell'esistenza dell'Isola dei Beati, dove vanno le anime degli eroi, dove non esistono inverni freddi, vi sono tre raccolti, dove regna un Dio giusto [6]. 
È interessante notare che uno di tali paradisi terrestri era la misteriosa isola di Leuce, oggi Isola dei Serpenti nel Mar Nero, non lontana dal Delta del Danubio. In questi luoghi avrebbero dovuto vivere per più di mille anni la maggior parte dei nostri pescatori lipovani. Nella coscienza mitica dei popoli di solito l’isola è associata con la natura primordiale, incontaminata dalle mani e dalle azioni dell’uomo peccatore. La vita su un’isola simile, in stretta comunione con la natura, era associata alla purezza spirituale e corporale alla quale aspiravano i cultori della vera fede cristiana. Ogni isola simbolica è un’utopia della salvezza, ma anche il luogo di un’ucronia, l’immunità alle forze distruttive del tempo storico e profano. A ciò è legato anche un possibile ritorno del paradiso perduto, il quale per i Vecchi Credenti in fuga s'identificava con il regime patriarcale della campagna russa. La vita dell’isola rappresentava la continuazione del sogno della perfezione e, nel contempo, l’attesa dell’adempimento di qualche predestinazione divina come l’Apocalissi, il Giudizio Universale o la Risurrezione dei Giusti. 
L'isola o la penisola che si innalza sulle acque ricorda l’Arca di Noè ed è associata alla Chiesa-nave salvatrice delle anime dei cristiani credenti. Su ogni isoletta, appena arrivati, i russi vecchi credenti costruivano una cappella o una chiesa, trasformandola in una zona di esistenza terrena sulla quale scende «la grazia di Dio». Come scrive Mircea Eliade: «l’isola può simboleggiare anche il limite soprannaturale, la realtà assoluta che si differenzia dal resto del mondo, dove governano le leggi del decadimento e della morte» [7]. 
La consapevolezza della propria diversità, l’isolamento non trova migliore incarnazione dell’immagine dell’isola.«L’isolamento, la solitudine e il distacco dal resto del mondo rendono l’isola del fiume, del lago o del mare il luogo ideale dei miracoli, delle avventure e della salvezza ma può essere anche un riferimento al paradiso o all’inferno» [8].Tra i Vecchi Credenti è diffusa un’antica leggenda russa sul Regno di Belovodia (Acque Bianche). Come rileva lo studioso romeno Michail Marinescu, uno dei più grandi conoscitori del folclore dei russi lipovani, non è escluso che, proprio la ricerca del Regno di Belovodia, di questa terra promessa in cui i Vecchi Credenti lipovani credevano così appassionatamente, abbia portato una parte di loro fino ai confini della Romania [9]. 

I luoghi di insediamento dei lipovani

Se guardiamo i luoghi dei loro primi insediamenti, oppure i villaggi e le campagne dove risiedono oggi, non è difficile osservare che la maggior parte di loro è situata sulle isole. Il più delle volte si trovano sui rialzi del Delta del Danubio o della laguna Razelm, circondati su quasi tutti i lati dalle acque del grande fiume, dai laghi, dalle zone ripariali, dai canali e dalle paludi. Questi villaggi-isole iniziano nel punto in cui Borcea, il più grande braccio del Danubio si separa da esso. Troviamo qui lo straordinario villaggio Ghindaresti. Più in là, lungo il Danubio, non lontano dalla città di Braila, incontriamo Carcaliu (ex Kamenka o Kameni), la più grande località dei lipovani. Il rilievo circostante, così come il nome stesso del paese testimonia l’isomorfismo o la sinonimia simbolica dell’Isola e della Montagna, dotati degli attributi della sacralità. Uno dopo l’altro sorsero i paesini dei lipovani sulle rive di tutti e tre i bracci del Danubio, i quali formano la flora e la fauna del Delta incontaminate e uniche per la loro bellezza e ricchezza. Sul primo e più grande braccio del Danubio, chiamato il Braccio Chilia, le località con popolazione composta esclusivamente o prevalentemente da lipovani sono Baklagianka, Chilia Nuova e Chilia Vecchia, Vilkov e Periprava. Sul braccio centrale del Danubio, sulla riva o lontano dall’attuale canale Sulina si trovano i villaggi Mila 23 (Miglio 23), Svistovka, la parte lipovana della città di Sulina, per non parlare del fatto che due quartieri nella città capoluogo Tulcea, fino a poco tempo fa erano abitati da lipovani popovtsy e bespopovtsy. Sul braccio più antico e più tortuoso del Danubio, chiamato San Giorgio (il nome ci ricorda che sin dai tempi antichi il grande fiume era circondato da un alone di santità), sulle isole e penisole si estendono villaggi, dove un tempo trovarono rifugio sicuro non solo i lipovani ma anche i cosacchi ucraini e del Don. 
Incontriamo grandi insediamenti di lipovani anche sulle sponde del famoso lago Razelm, che i pescatori lipovani di Jurilovca e Sarichioi chiamano ancora Razin, associandolo al leggendario atamano dei cosacchi del Volga. Una delle leggende registrate dai pescatori lipovani dal famoso ittiologo romeno Alexander Marthineanu alla fine del secolo scorso narra: «Tanto tempo fa, in questi luoghi, dal Mar Nero e fino alle montagne di Dobrogea c’erano solo tre padroni. Uno di loro era Griška Rasstrižka. Il suo castello si trovava nell’Estuario degli Ucraini, dove ora ci sono le rovine della fortezza chiamata Bisericutza [10]. Suo fratello, Ivan Cain, famoso brigante bislacco possedeva l’isola Popina nel lago di Razin. Il loro fratello maggiore, Sen’ka Razin regnava nella cittadella di Eraclea» [11]. 
Non ci addentreremo nella sostanza di questa leggenda nella quale la storia russa è stata spezzata a modo suo e dove si sono unite le categorie del tempo e dello spazio. Nel contesto della nostro discorso rimane il fatto che, secondo la logica del simbolo-archetipo analizzato, la coscienza popolare ha trasformato le dimore dei leggendari rappresentanti della rivolta contro i poteri centrali nella stessa isola-fortezza. Anche se parte degli insediamenti dei lipovani erano penisole, agli occhi degli abitanti apparivano come un territorio insulare.

La pesca, il mestiere tradizionale dei lipovani

L’autore di queste righe, che da bambino ha visitato molti degli insediamenti della Dobrugea insieme ai suoi genitori, pescatori di professione, ricorda la particolare passione dei pescatori nel disporre le loro reti per la pesca stagionale, nel costruire le capanne e i dispositivi per asciugare i diversi tipi di reti proprio sulle piccole isole o nelle paludi danubiane. Molte di queste piccole isole erano ricche di leggende e di storie meravigliose.  
Se affrontiamo questo argomento dalla prospettiva di un determinismo puramente geografico ed economico sembra che, stabilendosi su un isola, i nostri antenati non potessero fare altro che pescare. Ed è comunque così. Tuttavia, dietro questa determinazione lineare e superficiale si nascondono motivazioni simboliche e morali e un destino prestabilito. Per esempio, con lo stesso successo e forse con maggiori benefici avrebbero potuto diventare cacciatori. Erano circondati da foreste ricche di selvaggina, nelle paludi e nei canneti nidificavano i beccaccini, le anatre e le oche selvatiche e tante altre specie di uccelli che vivono nel Delta del Danubio. Tuttavia, la caccia non è diventata il mestiere tradizionale dei lipovani. Evidentemente, la caccia era associata con il paganesimo e in un certo senso era in contrasto con il principale comandamento cristiano «Non Uccidere!». La pesca era cosa ben diversa. Ancora nelle culture precristiane la pesca era associata non solo con l’acquisto di beni puramente materiali, ma anche con la «pesca delle anime» nella rete della fede, all’iniziazione dell’uomo «a un altro mondo». Dall’antica simbologia pagana del mondo animale, il cristianesimo ha ereditato l’idea della purezza e dell'innocenza del pesce che vive nell’acqua, elemento primordiale della vita. Per i primi cristiani il pesce diviene uno dei più diffusi simboli di Gesù Cristo e di tutti i cristiani (Matteo, 4, 19). 
Il nostro pescatore lipovan era pervaso dello spirito divino del suo mestiere. Questo sosteneva e rafforzava il suo spirito nello svolgimento di una professione così difficile e pericolosa. È interessante notare che questo lato metafisico del loro mestiere era evidenziato anche dai rappresentanti delle altre etnie presenti in Dobrugia. Il già citato Alexander Marthineanu, alla fine del suo excursus sull’arrivo dei primi russi vecchi credenti in Romania nel diciassettesimo e  diciottesimo secolo, scriveva: «la grande fede e la fiducia quasi cieca nel fatto che il pescatore slavo annegato nelle acque tempestose vada direttamente nel regno di Dio, ha dato un coraggio senza precedenti ai pescatori ucraini e scismatici. Combattevano senza timore contro le più terribili tempeste e uragani del Mar Nero. In un ambiente dominato dal pescatore musulmano e pauroso, rappresentavano un vero esempio di coraggio» [12].
In ogni azione umana tra soggetto e oggetto si creano legami misteriosi, quasi di sangue. Il pescatore sapeva che il pesce da lui pescato è un essere particolare. I testi delle Sacre Scritture gli dicevano che durante il Diluvio Universale tutte le piante della terra erano destinate a morire e soltanto i pesci potevano salvarsi dalla distruzione. Il pesce è diventato una pietanza ammessa durante la quaresima e questo significava che il pescatore pescava per se stesso e per gli altri non un semplice «prodotto alimentare», bensì forniva agli altri cibo spiritualizzato. 
Moltissimi elementi della mitologia della pesca e della lingua dei nostri lipovani testimoniano una certa vicinanza spirituale e consustanziale tra il pescatore e il pesce. Un atteggiamento premuroso e quasi amoroso verso il pesce si vede già dal fatto che lo chiama quasi sempre rybka o rybočka (pesciolino), e per i nomi specifici delle specie preferisce usare i diminutivi šarančik, šučka, ghibančik, sudačioк (carpina, luccino, sandrina). Nella nostra lingua esistono tanti proverbi e modi di dire che riguardano i pesci, indicando che il lipovan trovava qualcosa di educativo nel comportamento dei pesci. Anche una delle caratteristiche delle creature acquatiche ha subito dei ripensamenti morali. Come dicevano i nostri anziani, sebbene il pesce vivesse non solo nei fiume e nei laghi di acqua dolce ma anche nell’acqua salata del mare non perde il sapore e la dolcezza della sua carne. Allo stesso modo, i nostri antenati vecchi credenti conservavano la loro fede cristiana, anche se avevano dovuto vivere circondati da persone di altre religioni o in un mondo senza fede degli ultimi decenni. La vita nelle Isole del proprio esilio forzato e allo stesso tempo della salvezza dell'anima rappresentavano una delle più importante coordinate dell’aspetto spirituale della nostra etnia.


Ivan Evseev
Traduzione a cura di Natasha Danila
(n. 3, marzo 2014, anno IV)



NOTE

1. Lev Gumilev, Etnogenez i biosfera zemli (L’etnogenesi e la biosfera della terra), San Pietroburgo, Ed. Exmo, 1990, p. 305. 
2. Il termine fa riferimento alla ballata popolare Mioritza («L’agnellina») considerata l’atto d’identità spirituale del popolo romeno. Questa ballata racconta dell’uccisione di un giovane pastore ad opera dei suoi compagni e mostra i suoi funerali in una dimensione cosmica. La ballata mette in scena tre pastori, ognuno dei quali proviene da uno dei tre storici principati romeni: l’eroe della Moldavia, gli altri due dalla Vrancea e dalla Transilvania. All’inizio, nel pascolo va tutto bene, come in paradiso. Ma l’invidia si impadronisce del ragazzo della Vrancea e di quello della Transilvania, perché il moldavo è più ricco, le sue pecore sono più numerose e più belle, i suoi cavalli sono ammaestrati meglio e i suoi cani sono molto più bravi. I due decidono allora, «al tramonto del sole», di uccidere il moldavo. 
Ma la Mioritza, la pecorella del moldavo, «coi riccioli bianchi e neri», si mette a belare per tre giorni. Il suo pastore le chiede: «L’erba non ti piace? Sei malata?». La pecorella prende allora la parola e lo invita con insistenza a prendere il suo gregge e a condurlo nel bosco, dove l’erba è ugualmente buona e a mettere se stesso al riparo nel fitto della vegetazione con la protezione del suo cane più coraggioso. Con il presentimento della propria morte, il pastore comunica le sue ultime volontà alla pecorella: che i suoi assassini lo seppelliscano nelle vicinanze, così lui possa sempre sentire la voce delle sue pecorelle; che la pecorella si metta al collo il suo piffero, il suo flauto e il suo zufolo: il vento gli farà «piangere lacrime di sangue»; che lei non dica che è stato ucciso, ma che ha sposato «la figlia del re della terra»; che al suo matrimonio è caduta una stella e che il platano e l’abete hanno fatto festa; che sono stati suoi testimoni la Luna e il Sole e officianti «i Monti nostri avi»; per musicisti ha avuto «gli uccelli del cielo» e nel cielo splendevano le fiaccole. Che la pecorella non lo vada a dire alla sua vecchia madre che va in giro a chiedere di lui, il pastore «con il viso bianco come il latte, i baffi simili ad una spiga di grano, i capelli neri come un corvo e gli occhi neri come le more di campo».
Per quanto sia bella per la sua struttura narrativa e per la sua espressione poetica, questa ballata sarebbe rimasta, come molte altre, conosciuta solo dagli specialisti della letteratura orale se molti intellettuali romeni, e in particolare il filosofo Mircea Eliade, non avessero visto in questo testo una sorta di rappresentazione della storia del popolo romeno. Come il pastore moldavo all’inizio dell’opera, il popolo romeno sarebbe vissuto in uno spazio paradisiaco, libero nei suoi movimenti, godendo delle proprie ricchezze, se non fosse stato sottoposto alla rapacità dei propri vicini e alle vicissitudini della storia. Quindi avrebbe accettato il proprio destino con rassegnazione e avrebbe assunto la propria identità in un mondo tutto suo, i Carpazi, quei monti che sono i suoi veri avi. Vivendo fuori dal tempo, gli occhi fissi alle stelle e il cuore rispettoso dei riti, il popolo romeno condurrebbe la propria esistenza in uno spazio che si potrebbe chiamare «mioritico», certo della propria identità, ma esposto alla forza degli imperi e all’impatto violento della modernità.  
3. Le Isole Solovetskie o Solovki sono situate nella parte occidentale del Mar Bianco. Qui si trova il famoso monastero Solovetskij, roccaforte dei Vecchi Credenti durante lo scisma della chiesa ortodossa russa. Il monastero iniziò a opporre resistenza alle riforme dello zar. Le trattative pacifiche non diedero risultati, e lo zar mandò le truppe contro i ribelli: il ben noto assedio di Solovki che durò 8 anni, dal 1668 al 1676. Solo con l’aiuto di un traditore l’armata riuscì a conquistare il monastero nel 1676. La repressione fu molto dura e molti monaci furono condannati a morte. 
4. Beglopopovcy (letteralmente «che fuggono»). 
5. Valentin Rasputin, Il villaggio sommerso (titolo originale Prošcanie s Matёroj - Addio a Matiora), Editori Riuniti, Roma, 1980. 
6. Esiodo, Le opere e i giorni
7. Mircea Eliade, Insula lui Euthanasius (L’isola di Euthanasius), Bucarest, Ed. Humanitas, 1943, p. 13. 
8. V.E. Aranetjan,  Ideja ostrovav sb. Slavjanskoe i balkanskoe jazykoznanie (L’idea dell’isola, in Linguistica slava e balcanica), Mosca, 1993, p. 243 
9. Michail Marinescu, Cantecul rusesc lipovenesc (La canzone russo lipovana, 1, Bucarest, 1988, p. 22. 
10. Chiesetta. 
11. Alexander Marthineanu, Razimul: Marele dicţionar geografic al României (Razim: Il grande dizionario geografico della Romania), vol. V, Bucarest, Società Geografica Romena, 1902, p. 189. 
12. Alexander Marthineanu, op. cit., p. 189.

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