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I califfi omayyadi: la creazione dell'Impero musulmano

Dal 661 d.C. l’impero musulmano fu governato da una dinastia imparentata con la famiglia di Maometto. Gli omayyadi vennero accusati di scarsa devozione religiosa e di ambizioni assolutiste e dovettero affrontare continue rivolte prima di essere sconfitti nel 750 d.C.


Nel 657, nella località siriana di Siffin, due grandi eserciti musulmani si studiarono con grande pazienza. Erano guidati rispettivamente da Ali, il quarto califfo dell’islam dopo la morte di Maometto, e dal governatore della Siria, Mu'awiya, che si era ribellato in seguito all’omicidio del precedente califfo e aveva così dato inizio alla Prima fitna (guerra civile) dell’islam. Dopo 77 giorni di attesa, vari tentativi di negoziazione e qualche scaramuccia, a luglio Ali decise di attaccare. Vedendosi in difficoltà, gli uomini di Mu'awiya appesero alcune pagine del Corano alle punte delle loro lance: un gesto con cui chiedevano di porre fine a quella battaglia tra musulmani e proponevano di sottoporsi a un arbitrato. L’interruzione del conflitto si sarebbe rivelata fatale per Ali, che da quel momento in poi perse gran parte dei suoi alleati e quattro anni più tardi fu assassinato. Dopo essersi assicurato l’Egitto, il suo rivale fu proclamato califfo a Gerusalemme nel luglio del 660.

La Grande Moschea di Damasco, costruita tra il 705 e il 715 sotto il regno del sesto califfo omayyade al-Walid I, è uno dei templi più grandi e venerati dell’islam

La Grande Moschea di Damasco, costruita tra il 705 e il 715 sotto il regno del sesto califfo omayyade al-Walid I, è uno dei templi più grandi e venerati dell’islam

Foto: Michele Falzone / AWL Images

   

Mu'awiya proveniva da una famiglia di mercanti, gli omayyadi, che apparteneva alla tribù dei Quraysh, la stessa di Maometto. Suo padre era stato un acerrimo nemico del profeta, e solo di fronte all’imminenza della sconfitta aveva accettato di negoziare con lui e di convertirsi insieme al figlio alla nuova religione. Chi aveva appoggiato Maometto fin dall’inizio dubitava della sincerità di quella conversione e temeva un ritorno al potere delle vecchie forze precedenti alla nascita dell’islam.

Nonostante il sospetto con cui era visto, Mu'awiya sarebbe passato alla storia come un modello esemplare di capotribù arabo. In un’occasione dichiarò: «Non uso mai la voce se posso usare i soldi, né la frusta se posso usare la voce, né la spada se posso usare la frusta: ma se devo usare la spada, non esito a farlo». Riteneva insomma che convincere i propri avversari con il denaro fosse più conveniente che fare la guerra ma, in caso di necessità, era pronto a combattere.

La costruzione di un impero

Quando Mu'awiya salì al potere, il califfato comprendeva l’Egitto e la Libia a ovest, e la Siria, la Mesopotamia e l’Iran a est. Il nuovo sovrano e i suoi discendenti proseguirono l’opera di espansione, raggiungendo la penisola iberica e i confini dell’India. Ma, soprattutto, si dedicarono al compito di organizzare questo immenso territorio avvalendosi dell’esperienza degli imperi precedenti. Mu'awiya stabilì la sua corte a Damasco – che gli arabi avevano strappato all’impero bizantino nel 634 – e sfruttò le strutture amministrative preesistenti, senza praticamente apportare innovazioni. I funzionari, l’organizzazione e la moneta rimasero quelli bizantini o dell’impero sasanide (che era stato abbattuto dalle forze musulmane nel 651). Solo la Siria e la Mesopotamia rimasero sotto l’amministrazione diretta del califfo, mentre negli altri territori furono nominati dei governatori, gli emiri.

La guerra civile che vide scontrarsi Ali e Mu‘awiya si concluse con la vittoria di quest’ultimo e la scissione tra sciiti e sunniti. Nell’illustrazione, la battaglia di Siffin (657). British Library, Londra

La guerra civile che vide scontrarsi Ali e Mu‘awiya si concluse con la vittoria di quest’ultimo e la scissione tra sciiti e sunniti. Nell’illustrazione, la battaglia di Siffin (657). British Library, Londra

Foto: British Library / Scala, Firenze

     

La gestione delle relazioni con le tribù era affidata ad appositi funzionari. Alle comunità non musulmane, che rappresentavano la maggioranza della popolazione del giovane impero islamico, fu concesso di conservare le proprie strutture. Queste svolgevano una funzione intermediaria con il potere omayyade, come nel caso dei rabbini e dei vescovi. Grazie alla notevole capacità nel gestire le tribù e le sue grandi abilità nel campo della politica tribale, Mu'awiya riuscì a garantire a suo figlio la successione al trono. Si trattava di un fatto inedito: la tradizione in vigore fino ad allora prevedeva che il califfo fosse eletto da un’assemblea di notabili.

Con l’ascesa al potere di Yazid I nel 680, gli omayyadi diedero vita alla prima dinastia della storia dell’islam.

Dissidenze interne

I primi a ribellarsi al potere omayyade furono i sostenitori di Ali, il califfo assassinato. Sotto la guida di Husain, figlio di Ali, si scontrarono con un distaccamento di Yazid nella celebre battaglia di Kerbela, ma vennero sconfitti. Lo stesso Husain vi trovò la morte. Questo evento viene ricordato ancor oggi dagli sciiti (i seguaci di Ali) nella festività annuale dell’Ashura.

Qasr al-Kharana, fortificazione e residenza della famiglia del califfo. Gli omayaddi costruirono edifici di questo tipo tra il VII e l'VIII secolo

Qasr al-Kharana, fortificazione e residenza della famiglia del califfo. Gli omayaddi costruirono edifici di questo tipo tra il VII e l'VIII secolo

Foto: Manuel Cohen / Aurimages

   

Nel mondo musulmano si stava diffondendo il malcontento verso lo stato creato dagli omayyadi, ormai più simile al vecchio modello bizantino che al califfato ideale prospettato dalla dottrina di Maometto. Alcuni discendenti dei compagni del profeta, guidati da Abd Allah ibn al-Zubayr, insorsero contro il califfo e si asserragliarono nelle città sante di Medina e La Mecca. Gli abitanti di Medina protestarono simbolicamente contro gli omayyadi gettando a terra turbanti, mantelli e sandali. Yazid rispose a tale sfida dimostrando di non aver alcun rispetto per quei luoghi sacri: Medina fu saccheggiata per tre giorni; La Mecca venne invece sottoposta a un duro assedio, durante il quale il santuario fu distrutto a colpi di catapulta e la Kaʿba rimase accidentalmente danneggiata da un incendio.

Yazid non riuscì quindi a placare la ribellione e alla sua morte improvvisa, avvenuta nel 683, si inaugurò un periodo di instabilità conosciuto come Seconda fitna. Il mondo musulmano era lacerato: Ibn al-Zubayr governava su un territorio che andava dall’Arabia all’Egitto, mentre il nuovo califfo Abd al-Malik ormai controllava solo la Siria. Al-Malik assediò nuovamente La Mecca nel 691, deciso a chiudere i conti con Ibn al-Zubayr e con i suoi sostenitori. A tale scopo non esitò a distruggere la Kaʿba, accrescendo così il mito dell’empietà degli omayyadi.

L’effigie del califfo

Nonostante la cattiva reputazione di cui godeva la dinastia, i governi di al-Malik e del figlio, al-Walid I (705-715), intensificarono gli sforzi per islamizzare e arabizzare il califfato, come testimonia il caso dell’unificazione monetaria. Al posto della moneta bizantina e sasanide, in uso fino ad allora, ne venne coniata una nuova, con l’immagine del califfo, la guida spirituale e militare dell’islam. Questa effigie sarebbe stata poi sostituita da iscrizioni in arabo, nel rispetto del divieto (derivato da un'interpretazione del Corano) di rappresentare figure umane.

La Cupola della roccia di Gerusalemme, costruita all'inizio dell'VIII secolo per ordine di Abd al-Malik, è il primo esempio di uno stile architettonico chiaramente islamico

La Cupola della roccia di Gerusalemme, costruita all'inizio dell'VIII secolo per ordine di Abd al-Malik, è il primo esempio di uno stile architettonico chiaramente islamico

Foto: Reinhard Schmid / Fototeca 9x12

   

La nuova valuta si basava comunque sul precedente modello bizantino: il denario aureo divenne il dinar, la dracma d’argento fu sostituita dal dirham e il follis di bronzo dal fels, denominazioni che sarebbero state utilizzate anche dai governi musulmani successivi. Analogamente l’arabo sostituì il greco nei documenti ufficiali. In ambito pubblico si rafforzò il primato dell’islam sulle religioni preesistenti, in particolare sul cristianesimo, ai cui adepti fu proibito di fare processioni o esporre croci in pubblico.

La fine della dinastia

Alla morte di al-Walid I si succedettero tre califfi nel giro di appena nove anni. Tra questi si distinse Omar II (717-720), che sarebbe passato alla storia per la devozione religiosa e l’applicazione della legge islamica nella gestione dello stato. Nonostante l’introduzione di varie riforme amministrative, lasciò in eredità ai suoi successori Yazid II (720-724) e Hisham (724-743) una grave crisi economica. Se da un lato le spese erano in continuo aumento, dall’altro si era interrotto quel leggendario flusso di bottini di guerra un tempo garantito dall’espansione del califfato. Un’altra perdita nelle entrate dipendeva senz'altro dall’esenzione fiscale di cui beneficiavano i neoconvertiti. In alcuni casi si arrivò a proibire l’adesione all’islam di grandi masse, per evitare che approfittassero dei vantaggi economici e sociali connessi all’adozione del credo musulmano. Nel frattempo svariati nemici continuavano a cospirare contro gli omayyadi, o in segreto o promuovendo apertamente delle rivolte. L’instabilità politica di Damasco – dove nel 744 si succedettero tre califfi – favorì lo scoppio di un’insurrezione che segnò l’inizio della Terza fitna. I nemici arabi e non arabi degli omayyadi si coalizzarono in un ampio movimento, l’Hashimiyya, guidato da Abu Muslim. Questo generale proveniente dalla provincia orientale del Khorasan dichiarò guerra all’ultimo califfo omayyade in Siria, Marwan II (744-750).

Gli arabi marciano alla conquista della Spagna. Immagine di un manoscritto del 1237. Bibliothèque nationale de France, Parigi

Gli arabi marciano alla conquista della Spagna. Immagine di un manoscritto del 1237. Bibliothèque nationale de France, Parigi

Foto: Oronoz / Album

   

Nonostante vari tentativi di soffocare la ribellione, alla fine del 749 Marwan perse la strategica città di Kufa; l’anno seguente fu sconfitto sulle sponde del Grande Zab, un affluente del Tigri. Fuggì con un gruppo ridotto di seguaci in Egitto, dove fu ben presto raggiunto dai suoi avversari. Di fronte alla notevole sproporzione delle forze in campo, Marwan rese onore al vecchio spirito beduino: guidò un’ultima disperata carica di cavalleria e morì in uno scontro corpo a corpo, non prima di aver ucciso svariati nemici.

A cinque anni di distanza dalla sconfitta degli omayyadi, uno degli ultimi sopravvissuti della dinastia sbarcò nel porto di Almuñécar (Spagna), dopo aver affrontato un viaggio lungo e pericoloso dalla Palestina al Maghreb. Abd al-Rahman ibn Mu'awiya riuscì a conquistare il potere in al-Andalus (la Spagna musulmana) approfittando delle dispute tribali, analogamente a quanto aveva fatto in Siria il suo omonimo antenato. A migliaia di chilometri da Damasco, il destino stava offrendo agli omayyadi una nuova opportunità.

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