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Giornata della Memoria: non solo del popolo ebraico ma per tutta l'umanità

Il Campo di concentramento di Auschwitz

Il Campo di concentramento di Auschwitz


72 anni fa, esattamente il 27 gennaio del 1945, le truppe dell'Armata Rossa entravano nel campo di concentramento e sterminio di Auschwitz nella Polonia meridionale, liberando i pochi prigionieri sopravvissuti ai nazisti e mostrando al mondo il più atroce orrore dell’umanità. E’ questo che sin dal 2000, con mostre, film, cerimonie e racconti si vuole ricordare nella Giorno della Memoria, con l’auspicio che quanto accaduto non si ripeta più. Riviviamo  questa ricorrenza nel servizio di Gabriella Ceraso

 

“Voi, che vivete sicuri nelle vostre case,

voi che trovate, tornando a sera, il cibo caldo e visi amici,

considerate se questo è un uomo …” (Primo Levi)

C’era ben poco che facesse pensare a esseri umani, al di là dei cancelli di Auschwitz. Scheletri marchiati da numeri, donne, bambini, uomini per lo più nudi, affamati, pietrificati dalla paura. Tra la fine degli anni '30 e il ’45, in Europa furono deportati e uccisi circa 6 milioni di ebrei e con loro anche rom, disabili, omosessuali, oppositori politici, testimoni di Geova: tutte categorie indesiderate. Un progetto di eliminazione di massa creato dalla confluenza di diversi fattori, spiega Claudio Procaccia, direttore del Dipartimento di Cultura ebraica di Roma:

“Diciamo, l’antigiudaismo storico, le nuove teorie razziste ma anche fenomeni di carattere sociale e culturale più ampio, antropologico, cioè la comparsa delle masse nello scenario politico internazionale, quindi la paura dell’altro sul piano psicologico, teorie scientifiche sbagliate, la crisi economica e l’idea – appunto – dell’ebreo che comunque viene percepito come colui che è contro per definizione perché non riconosce l’autorità”.

Quel 27 gennaio i nazisti se n’erano già andati, portando con sé le persone più sane, molte delle quali morirono durante la marcia. Settemila i prigionieri, i cosiddetti sopravvissuti, ancora in vita, che da subito apparvero segnati, e per sempre, da quella esperienza: molti erano bambini …

“La kapò della baracca disse: ‘Ma voi, dove credete di essere arrivati? In un luogo di vacanza? Non sapete che siete in un lager di sterminio?’”.

“Io facevo il barbiere; veramente, avevano chiesto chi era barbiere, io avevo detto ‘barbiere’, pensando di tagliare i capelli a quelli … invece, era di tagliare i capelli ai morti …”.

“Uscivamo alla mattina dal campo, lasciando indietro il crematorio, le camere a gas, le compagne in punizione, i mucchi di scheletri fuori dal crematorio pronti per essere bruciati. Io non guardavo …”.

Goti Bauer, Liliana Segre, Samuel Modiano: è attraverso la loro testimonianza che oggi conosciamo i dettagli della Shoah, che non può essere dimenticata. E non per pietà, dice Ruth Dureghello, presidente della Comunità ebraica di Roma:

“Serve accompagnare questi momenti a gesti concreti, servono prese di posizioni chiare e nette, serve una coscienza civica comune che maturi nel senso della memoria. Perché la memoria non è solo quella del popolo ebraico: è una tragedia per l’umanità. E dobbiamo essere consapevoli che i pericoli esistono e che soprattutto a quei valori che ci rendono comuni e uguali nel mondo, non possiamo assolutamente mai permettere di rinunciare”.

Ma si può avere fiducia nelle nuove generazioni? Ancora Ruth Dureghello:

“Molto più di quanto uno non si aspetti. C’è una generazione di persone che vogliono capire un po’ di più e che si pongono in maniera critica: su questi dobbiamo lavorare. Anche perché, purtroppo, sono loro che utilizzano gli strumenti del web o dei social che troppo spesso, invece, sono oggetti [strumenti?] di diffusione di odi e di differenze”.

 


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