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Delfi, il santuario sepolto del Dio Apollo

Alla fine del XIX secolo alcuni archeologi francesi, con l’appoggio del neonato stato greco, portarono alla luce i resti del santuario di Apollo a Delfi, sede del famoso oracolo, nascosti per secoli sotto un piccolo villaggio


Situato su un terrazzo sopra il tempio di Apollo, il teatro del santuario poteva accogliere cinquemila spettatori

Situato su un terrazzo sopra il tempio di Apollo, il teatro del santuario poteva accogliere cinquemila spettatori

Foto: Funkystock/Age fotostock

Secondo i greci Delfi era il centro del mondo. Senza dubbio è un luogo unico per la sua posizione. L’immenso complesso monumentale si sviluppa su varie terrazze in un anfiteatro naturale sulle pendici del monte Parnaso, nella Grecia centrale, a 500 metri di altitudine. In quanto sede del tempio e dell’oracolo del dio Apollo, Delfi era uno dei più importanti centri di culto e di pellegrinaggio dell’antichità. Inoltre, ospitava competizioni atletiche, poetiche e musicali. Tra il VI e il IV secolo a. C. il santuario accumulò grandi ricchezze grazie agli oggetti, ai trofei e agli ex voto offerti dai fedeli in segno di gratitudine e devozione. Anche se l’oracolo rimase in attività fino al IV secolo d.C., già verso la fine del II secolo d.C. era iniziata la costruzione di case negli spazi liberi a nord e a ovest del tempio. Nacque allora un piccolo nucleo urbano che successivamente venne ampliato approfittando dei crolli causati da un terremoto nel 365. Dopo la chiusura dei templi pagani dell’impero romano, avvenuta nel 391, gli antichi edifici furono smantellati per riutilizzarne la pietra o per costruirvi sopra. In poco tempo nessuno di questi era più visibile. Secoli dopo, in epoca moderna, nella zona dove una volta sorgeva il famoso santuario era rimasto solo un villaggio di misere abitazioni di nome Kastri.

Delfi non conserva nulla del suo antico splendore. Tutto è andato perduto, anche il nome», si lamentava il cappellano svedese Adolf Sturtzenbecker, di passaggio nel 1784

Nel 1833 il nuovo stato greco ritenne necessario promuovere la rivalutazione del suo passato e salvaguardarne le vestigia. Vennero approvate leggi contro la vendita di reperti antichi, fu creata la Società archeologica greca e venne permesso l’insediamento di centri archeologici stranieri. Tuttavia, gli scavi di Delfi costituivano un caso a parte, dato che implicavano uno sforzo titanico. Per realizzarli era innanzitutto necessario espropriare gli abitanti di Kastri, risarcirli e trasferirli in un’altra zona.

Il villaggio di Kastri e, ai suoi piedi, gli scavi del tempio di Apollo in un'immagine del 1893

Il villaggio di Kastri e, ai suoi piedi, gli scavi del tempio di Apollo in un'immagine del 1893

Foto: N.C./École Francaise d'Athènes. Ministry of culture and sports/Ephirate of antiquities of Phokis

Visto che la situazione economica della Grecia non permetteva grandi spese, nel 1838 il governo dichiarò le proprietà non trasferibili e ne proibì la riqualificazione. Nel frattempo gli archeologi iniziarono a effettuare delle ricerche su un terreno abbandonato. Nel 1840 il tedesco Karl Müller scoprì parte della struttura del tempio, ovvero una decina di metri del muro poligonale di sostegno, ricoperto di iscrizioni, che era già stato identificato in precedenza da alcuni viaggiatori. Müller morì a causa di un’insolazione mentre cercava di copiare le iscrizioni, e gli scavi vennero richiusi. Ma un astuto abitante della zona, di nome Dimos Frangos, un ex capitano che si era battuto contro i turchi, comprò il terreno prevedendo l’opportunità di futuri benefici. Più tardi, tra il 1860 e il 1861, il francese Paul Foucart portò alla luce un’altra cinquantina di metri del muro. Di fronte a così tante scoperte, nel 1862 la Società archeologica greca organizzò una lotteria per raccogliere fondi. Tuttavia, né questa né un’altra iniziativa successiva diedero buoni risultati: i proprietari avevano intuito che i loro terreni erano di grande valore e chiedevano cifre esorbitanti. Tutto cambiò nel 1870 quando, in seguito a un forte terremoto, si staccarono dalla montagna enormi rocce che distrussero il villaggio e causarono la morte di 30 persone. Dopo il sisma fu creata una commissione per negoziare con gli abitanti e trovargli una nuova sistemazione. Ma questi si rifiutavano di vendere se non venivano pagati in contanti. La Società archeologica greca decise allora di contattare i proprietari a uno a uno. Il capitano Frangos fu il primo ad accettare una somma di novemila dracme per una proprietà che ne valeva un centinaio. Questo incentivò gli altri. Ciononostante, i terreni da espropriare erano ancora molti e i soldi pochi. In attesa di finanziamenti, nel 1880 la Società archeologica greca cedette il terreno di Frangos alla Scuola archeologica francese di Atene perché potesse effettuare degli scavi.

Tempio di Atena Pronaia situato a 800 metri dal santuario di Apollo, sul terrazzo di Marmarià

Tempio di Atena Pronaia situato a 800 metri dal santuario di Apollo, sul terrazzo di Marmarià

Foto: Orgad Navè/Fototeca 9x12

A caccia della concessione

La Scuola archeologica francese di Atene era stata fondata nel 1846 e a partire dal 1874 si era ritrovata a competere con l’Istituto archeologico germanico di Atene, fondato quello stesso anno. Quando l’anno seguente i tedeschi ottennero il permesso di realizzare scavi a Olimpia, le proteste francesi non si fecero attendere. Il governo greco assegnò allora alla Francia la concessione per l’isola di Delo e promise di affidarle i futuri scavi a Delfi. Nel 1880 Bertrand Haussoullier si mise alla guida della missione francese a Delfi. Haussoullier si concentrò sui 20 metri della proprietà di Frangos, tra il settore che era stato scavato nel 1840 e quello portato alla luce nel 1860. Era sicuro di trovarsi di fronte alla terrazza del tempio, ma non si spiegava la presenza di alcuni muri che si trovavano di fronte. Gli scavi rivelarono che si trattava della spianata accanto al terrazzo, dove sorgevano dei monumenti commemorativi. I muri appartenevano a uno di questi, il portico degli ateniesi, costruito all’inizio del V secolo a.C. per ospitare i trofei delle vittorie navali di Atene. Nelle vicinanze fu ritrovata anche la colonna frammentata della sfinge, un ex voto dell’isola di Naxos.

Risalente alla metà del VI secolo a.C., la sfinge dei nassi si trova oggi al museo archeologico di Delfi

Risalente alla metà del VI secolo a.C., la sfinge dei nassi si trova oggi al museo archeologico di Delfi

Foto: Akg/Album

Nel 1881 il primo ministro Alexandros Kumunduros promise Delfi alla Francia in cambio dell’appoggio alle rivendicazioni territoriali greche. Iniziava così un periodo di dieci anni, noto in Francia come “la guerra di Troia”, durante il quale Delfi fu moneta di scambio nelle negoziazioni tra il governo greco e quello francese. Presto vi si aggiunsero gli Stati Uniti, anch’essi interessati a partecipare agli scavi del sito. Alla morte di Kumunduros il nuovo primo ministro, Charilaos Trikoupis, offrì Delfi ai francesi a cambio della riduzione delle imposte sulle importazioni di uva sultanina, un prodotto all’epoca estremamente ricercato in Francia, dove la fillossera aveva distrutto le viti locali. Il senato francese rifiutò e Trikupis ritirò l’offerta. Alla fine, in seguito agli scavi illegali del tedesco Hans Pomtow nel 1887 e a una nuova proposta con cui la Francia si impegnava a pagare 400mila franchi per espropriare Kastri, il 13 aprile del 1891 il re Giorgio I di Grecia firmò la concessione.

Iniziano i “grandi scavi”

I cosiddetti “grandi scavi” sarebbero dovuti iniziare nel settembre del 1892. Tuttavia, gli abitanti del villaggio, furiosi per non essere ancora stati pagati, impedirono l’accesso alla zona. Gli archeologi furono costretti a lavorare sotto la protezione della polizia fino a quando, l’11 ottobre, non vennero effettuati i pagamenti. Quattro giorni prima si era svolta l’inaugurazione ufficiale.

Questi scavi rappresenteranno una pietra miliare nella storia dell’archeologia

I lavori si protrassero per dieci anni, dal 1892 al 1901, sotto la direzione di Théophile Homolle, futuro direttore del Museo del Louvre. Data l’enorme estensione del sito, circa 20mila metri quadrati, furono impiegati 200 operai per dieci ore al giorno e vennero installati quattro chilometri di rotaie su cui circolavano 75 carrelli, che trasportavano 28.500 metri cubici di terra. Nonostante le difficoltà – vento, pioggia, smottamenti – l’opera diede ben presto i suoi frutti. Nel 1893 vennero scoperti l’altare di Chio, la roccia della sibilla e il tesoro degli ateniesi. Un edificio, quest’ultimo, offerto alla dea Atena per commemorare la vittoria di Maratona sui persiani nel 490 a.C.: sui suoi blocchi erano incisi il testo e le notazioni musicali dell’Inno ad Apollo.

Questa foto fu scattata il 30 maggio del 1893, quando venne alla luce la statua di Cleobi

Questa foto fu scattata il 30 maggio del 1893, quando venne alla luce la statua di Cleobi

Foto: N.C./École Francaise d'Athènes. Ministry of culture and sports/Ephorate of antiquities of Phokis

Nel 1894, invece, furono scoperte la statua di Antinoo e di Bitone (quella di Cleobi era stata rinvenuta l’anno prima) e i tesori degli cnidi e dei sicioni, mentre nel 1896 fu rinvenuta l’inimitabile figura di bronzo dell’auriga. Tra il 1895 e il 1897 vennero portati alla luce il teatro e lo stadio, quindi il ginnasio e la fonte Castalia. A partire dal 1898 fu la volta del terrazzo inferiore, detto Marmarià, con il tempio di Atena Pronaia. La metodologia usata era quella dell’epoca, molto sbrigativa. D’altro canto, la scrupolosità del diario degli scavi, l’ampio uso della fotografia e la pubblicazione di riassunti annuali rappresentavano una novità. Forse perché si trattava di un luogo ampiamente descritto dagli autori antichi, l’approccio fu più letterario che archeologico.

Il 28 maggio 1894 venne alla luce la statua di Bitone e un anno prima quella di suo fratello Cleobi

Il 28 maggio 1894 venne alla luce la statua di Bitone e un anno prima quella di suo fratello Cleobi

Foto: N.C./École francaise d'Athènes. Ministry of culture and sports/Ephorate of antiquities of Phokis

Alla conclusione degli scavi, Homolle dichiarò la sua delusione per non aver trovato «neanche una metopa né un frammento del fregio, neppure il dito di una figura del frontone del tempio». E nemmeno la caverna dell’oracolo né altri ex voto citati dai testi antichi. D’altro canto, la scarsa qualità dei resti rivenuti obbligò a ricostruire il tesoro degli ateniesi nel 1903 e l’altare di Chio nel 1920. Nel 1935 la parte orientale del sito archeologico venne sepolta da una frana e fu necessario rimettere in funzione rotaie e carrelli. Nel 1938, invece, vennero ricostruite alcune colonne del tempio di Apollo e di Atena Pronaia. I “grandi scavi” segnarono l’inizio di un lungo cammino che continua ancor oggi e che ha portato al recupero di uno dei luoghi più emblematici del mondo antico. Nel 1992, in occasione del centenario della campagna, Jean Leclant, segretario emerito della Scuola francese, ha definito gli scavi «il trionfo dello spirito di Apollo, tutto sapienza e bellezza».

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