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Crespi d’Adda. Leggere il lavoro

Tra i più celebri esempi di archeologia industriale, il villaggio operaio di Crespi d’Adda è Patrimonio Universale dell’Umanità Unesco dal 1995.

La rivoluzione industriale è un classico argomento da manuali di Storia, nei quali tradizionalmente le sono dedicati interi capitoli. Ma ha rappresentato anche un momento fondamentale nello sviluppo delle arti e dell’architettura, con enormi impatti sul paesaggio naturale e su quello urbano. Per approfondire quest’ultimo aspetto, spesso trascurato, e per toccare con mano che cosa rappresentò la rivoluzione industriale anche per l’Italia, come quell’enorme balzo in avanti fu percepito dalla gente comune tra il XIX e il XX secolo, non c’è nulla di più efficace che integrare le lezioni in aula alla visita – reale o virtuale – a un villaggio industriale. Le fabbriche, l’architettura, le funzioni degli edifici, la stessa struttura urbanistica raccontano, come una pagina di storia in 3D, luci e ombre di quel momento chiave per i destini dell’Occidente. Il forte sentimento di fiducia nella tecnica e nel futuro, ma anche la necessità di dare una risposta al problema delle condizioni di vita degli operai, spesso sfruttati, costretti a lavorare in contesti estremamente duri.

Una veduta panoramica del villaggio industriale di Crespi d’Adda.

Uno dei più felici tentativi di rispondere a questa situazione fu la creazione del villaggio industriale di Crespi d’Adda, frazione di Capriate San Gervasio, in provincia di Bergamo, oggi considerato il più completo e meglio conservato nell’Europa meridionale: lo ha dichiarato l’Unesco ormai venticinque anni fa, motivandone l’inserimento tra i Patrimoni mondiali dell’umanità.

Vera città-fabbrica, raro esempio di company town sul modello inglese riproposta a sud delle Alpi, il villaggio fu costruito nell’ultimo quarto dell’Ottocento dall’industriale tessile Cristoforo Benigno Crespi per garantire ai suoi dipendenti le migliori condizioni di vita possibili, mettendo loro a disposizione abitazioni confortevoli e servizi primari come l’assistenza sanitaria e l’istruzione scolastica per i figli, ma anche spazi dedicati allo svago.

Chiesa del Santissimo Nome di Maria.

Il villaggio voluto da Crespi fu un avanzato esperimento assistenzialistico, insomma. Tuttavia non era dettato da puro altruismo ma mirava ad aumentare la produzione industriale e a prevenire conflitti di classe, come sottolineato dalla stessa scheda di approfondimento su Crespi d’Adda redatta dall’Unesco. In questo senso, la cittadina racchiude in sé le contraddizioni di una concezione paternalistica dei rapporti fra “padroni” e operai, che agli occhi degli industriali “illuminati” di fine Ottocento (e non solo) appariva la perfetta soluzione per tutelare una classe lavoratrice altrimenti sfruttata e condannata all’abbrutimento, ma che a una prospettiva moderna appare ovviamente discutibile.

“Il villaggio operaio di Crespi d’Adda rappresentava il sogno di un nuovo feudalesimo, riscritto sulla falsariga del socialismo umanitario.”
Rossana Bossaglia, storica dell’Arte

I capannoni a shed della vecchia fabbrica.

Questo paradosso è testimoniato dal senso di straniamento trasmesso dalla struttura del complesso architettonico e urbanistico di Crespi d’Adda: la disposizione urbana ricalca infatti con inflessibile rigore i rapporti interni alla fabbrica, l’esperimento dei villaggi operai obbligava chiunque vi abitasse a riconoscere e introiettare una gerarchia chiaramente definita, al cui vertice stava, inamovibile, la famiglia padronale.

Nel corso dei decenni, a Crespi d’Adda alle prime palazzine volute dal fondatore si aggiunsero le abitazioni bifamiliari d’ispirazione britannica per operai e impiegati e, successivamente, le opulente ville destinate a dirigenti e capireparto, più spaziose e con pregiate decorazioni.

Una villa dirigenziale.

Il culmine della sovrapposizione simbolica tra cittadina e comparto industriale si ha però nel cimitero. Alla fine del viale alberato, con partenza dal limitare dell’abitato, si erge il mausoleo della famiglia Crespi, che abbraccia idealmente il camposanto e segna l’ideale termine dell’universo dedicato agli abitanti-lavoratori, accompagnati “dalla culla alla tomba”.

Il mausoleo della famiglia Crespi.

Ormai la fabbrica è chiusa da tempo, ma la cittadina rimane abitata, perlopiù dai discendenti dei lavoratori che vi si trasferirono. È questa la miglior testimonianza della razionale efficacia con cui il villaggio di Crespi d’Adda fu progettato e costruito, e che gli ha consentito di mantenere le proprie caratteristiche fondamentali anche di fronte agli irreversibili mutamenti tecnologici imposti dal progresso, come ha notato anche la commissione Unesco.

Ecco perché non potevano trovare location più adatta gli organizzatori di Produzioni Ininterrotte. Festival di Letteratura del Lavoro, evento nato nel 2017 dalla collaborazione tra l’Associazione Crespi d’Adda e il Liceo linguistico “Giovanni Falcone” di Bergamo all’interno del progetto di alternanza scuola-lavoro. L’intento è leggere l’esperienza del villaggio industriale di Crespi tramite il filtro letterario, allargando l’orizzonte ai temi dell’architettura e dei paesaggi industriali. Dopo un anno di pausa, la seconda edizione si è svolta di recente grazie al contributo della Fondazione Dalmine, dell’Antonio Percassi Family Foundation e dello Studio DE8, sotto il patrocinio dell’amministrazione comunale di Capriate San Gervasio. Avviata a diventare una manifestazione culturale a tutto tondo, ha proposto, accanto alle presentazioni di libri, anche letture e spettacoli teatrali di più ampio respiro, con un rinnovato interesse per la storia locale, ideale prosecuzione delle attività organizzate dall’Associazione Culturale Villaggio Crespi e dall’Associazione Crespi d’Adda.

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