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Bufale storico-artistiche: perché la stampa ci casca, e come possiamo difenderci


 Perché circolano spesso e in maniera così clamorosa bufale storico-artistiche? Cosa può fare la stampa per difendersi? Una riflessione a seguito di alcuni casi recenti.

Non di rado la stampa ha dato largo spazio a clamorose bufale in materia di storia dell’arte, spesso conferendo legittimazione mediatica ad arrembanti cialtroni, a sedicenti esperti del tutto sconosciuti alla comunità scientifica, a personaggi in cerca di facile notorietà che se n’escono attribuendo improbabili disegni o indecenti croste ai nomi più altisonanti: Leonardo da Vinci, Caravaggio, Michelangelo. L’elenco dei casi di opere prive di particolare pregio ma presentate come roboanti scoperte e poi fatte a pezzi dalla comunità scientifica (senza che però s’accordi lo stesso risalto alle demolizioni) è estremamente fitto: l’opera attribuita di recente a Leonardo da Vinci da una persona ignota agli studiosi dell’artista toscano, e capace di conquistarsi grandi titoli e paginate sui quotidiani di mezzo mondo, non fa che aggiungere un caso a una lunga serie.

È un problema complesso, che richiede una riflessione su più livelli. Nella stragrande maggioranza dei casi, l’iter della bufala segue uno schema ben preciso: alle redazioni arriva un comunicato stampa che annuncia un’incredibile scoperta riguardante un artista molto popolare (i nomi più gettonati negli ultimi anni sono stati quelli di Leonardo da Vinci e di Caravaggio, specialmente in concomitanza con ricorrenze che li hanno riguardati). Del resto, quale telegiornale nazionale riporterebbe mai la notizia della scoperta, mettiamo, d’un disegno sconosciuto di Marco d’Oggiono o d’un dipinto perduto di Bartolomeo Manfredi? È chiaro che, per esser mediaticamente spendibile, la bufala deve riguardare un nome noto anche a chi non ha mai aperto un libro di storia dell’arte. La scoperta in genere porta la firma d’una persona che, di solito, si presenta come esperta della materia e, a garanzia della propria presunta autorevolezza, cita appartenenze a improbabili “centri” o “comitati” che risultano poi, spesso anche a seguito della più elementare ricerca su Google, niente più che semplici associazioni senza scopo di lucro, che fanno promozione culturale e sociale esattamente come migliaia di altri piccoli sodalizi territoriali, e che differiscono dal circolo degli amici della bocciofila o dall’oratorio parrocchiale solo perché si presentano con un nome più pomposo o apparentemente istituzionale. È naturale che un giornale presti più attenzione a un’associazione che si chiami “Comitato Nazionale per la Valorizzazione del Rinascimento di Firenze” (è un nome inventato di sana pianta ma simile a quello d’alcuni soggetti che hanno ottenuto rilevanza mediatica negli ultimi tempi), rispetto a quella che accorderebbe a un’ipotetica “Associazione Amici delle Muse di Vezzano Ligure”.

La bufala prende prima la strada della stampa generalista, che l’annuncia con fanfare e squilli di tromba. Capita spesso che a stretto giro venga seguita dalla stampa specializzata, che s’accoda talvolta per smentire immediatamente l’abbaglio, talaltra per non perdere l’onda del sensazionalismo e, in attesa che i veri esperti si pronuncino, confezionare articoli gravidi di “se”, di “forse” e di condizionali. E in questo caso riesce però più difficile scusare i colleghi, perché si suppone che chi lavora nella redazione d’una testata d’informazione artistica abbia visto qualche volta un Leonardo o un Caravaggio e quindi dovrebbe essere in grado di capire subito quand’è il momento d’ignorare un comunicato (se la notizia non ha ancora ottenuto rilevanza nazionale: è questa l’unica opzione) oppure di smentirlo se l’argomento ha raggiunto una portata travolgente: se si tratta di bufale che si possono scoprire con un paio di ricerche su Google (o alla peggio con un paio di telefonate) non c’è posto per i condizionali, e se si ha anche il minimo dubbio è dovere consultare un esperto, anche se questo significa aspettare qualche ora o qualche giorno prima di scrivere della notizia. Certo, tutti sbagliamo, è normale: ma la diffusione delle bufale si potrebbe arginare con poche verifiche in più.

Ad ogni modo, il ciclo termina sempre con la smentita dei veri esperti, anche se è molto raro che la stampa che prima ha portato in trionfo il presunto scopritore poi conceda lo stesso spazio agli studiosi autorevoli che scrivono la parola “fine” sulla storia. Nel frattempo però il danno è stato ormai fatto, dal momento che l’attribuzione strampalata ha già fatto il giro dei quotidiani, delle televisioni e del web, e sarà stata presa per buona da chissà quante persone. Ma la stampa non dovrebbe dare spazio a teorie antiscientifiche: diffondere bufale storico-artistiche equivale a pubblicare, sulla pagina della cronaca sanitaria, un’eventuale notizia (naturalmente prendendola per seria) di un tizio che dice che per guarire dal Covid-19 basta mangiare mandarini. Credo che nessun giornale darebbe legittimità a una teoria simile: lo stesso dovrebbe valere per la storia dell’arte. E a pubblicare notizie simili si ottengono solo due risultati: la perdita di credibilità e la perdita della fiducia del pubblico.

Filippo Palizzi, Mandria di bufali (1869; olio su tela, 64,5 x 29 cm; Piacenza, Galleria Ricci Oddi)
Filippo Palizzi, Mandria di bufali (1869; olio su tela, 64,5 x 29 cm; Piacenza, Galleria Ricci Oddi)

Quali sono i motivi che portano i sedicenti esperti a lanciarsi in attribuzioni impossibili? Direi che sono essenzialmente due. Il primo è un narcisistico e improvvido desiderio di catalizzare l’attenzione o d’ottenere riconoscimento: è la fattispecie che riguarda soprattutto i casi in cui qualcuno si lancia in maniera arrischiata a cambiare l’attribuzione di un’opera conservata in una collezione pubblica. Il secondo invece potrebbe essere il tentativo di far salire le quotazioni di un’opera conservata in una collezione privata: un tentativo naturalmente velleitario, dal momento che il mercato non dà spazio alle pagliacciate, ma non è detto che un proprietario ingenuo, privo di conoscenze storico-artistiche e ignaro di come si muova il mercato, e che magari ha ricevuto l’opera in eredità da un nonno o da un genitore collezionista, non si faccia irretire dagl’imbonitori e creda davvero o d’essere in possesso di un’opera importante (ammettendo dunque un’ingenuità totale) o di poter davvero turbare il mercato.

Ma come fa la stampa a cadere nella trappola? Penso che i problemi siano due: il primo è la mancanza di sufficiente cultura artistica. Ed è comprensibile: la crisi dell’editoria che ha colpito tutti i giornali permette ormai soltanto a poche testate d’avere un dipendente che segua soltanto le notizie d’arte. Tipicamente ci s’affida a collaboratori esterni oppure si assegnano gli articoli a dipendenti che però non necessariamente s’occupano soltanto d’arte, anche perché occorre ricordare che l’arte, in quasi tutti i quotidiani, ricade nel più largo ambito solitamente denominato “cultura e spettacolo”. E può capitare che i redattori siano esperti di musica o di televisione, ma non di storia dell’arte. Il secondo problema, meno scusabile, è l’eccessiva faciloneria con la quale si presta fede a tutto quello che arriva in redazione. Certo: le redazioni fanno sempre più lavoro e con meno risorse (umane ed economiche), e quindi andiamo sempre tutti di fretta. Occorrerebbe però sempre verificare i comunicati che arrivano da chi non si conosce: cercare di capire chi è il soggetto che si presenta come esperto, capire quali sono le sue affiliazioni, di quale credibilità gode. Questo perché anche la storia dell’arte ha le sue regole, e non tutto quello che arriva è buono. E le regole presuppongono che una scoperta di grande portata venga dapprima discussa in sede scientifica per verificare se può avere diritto di cittadinanza, e poi solo successivamente annunciata alla stampa.

Naturalmente la scoperta potrebbe arrivare da un outsider che non ha affiliazioni e si presenta come studioso indipendente (anche se si tratta di casi rarissimi): anzi, è proprio in casi come questi che si dovrebbe fare più attenzione. È capitato in passato che uno storico dell’arte riconosciuto abbia anticipato una scoperta, quando però era già stata esaminata da altri studiosi, e quand’era in procinto d’esser pubblicata su una rivista scientifica o d’esser presentata in sede congressuale, in un evento già organizzato. Non esiste che si comunichi una scoperta fuori dalle sedi opportune e senza che altri studiosi abbiano potuto verificare il lavoro svolto: questo vale anche per gli outsider, che non sono esentati dai passaggi appena descritti.

In sostanza, è possibile evitare le bufale? Ovviamente sì, intervenendo sui due problemi sopra descritti. L’Ordine dei Giornalisti potrebbe, per esempio, organizzare più corsi di aggiornamento su materie artistiche: ogni anno siamo obbligati a seguire un certo numero di ore di formazione, e la vasta scelta dei corsi che abbiamo a disposizione contempla, purtroppo, poche lezioni su argomenti che riguardano il giornalismo culturale. Quasi nessuna su temi inerenti la storia dell’arte: fare formazione in questo senso potrebbe diminuire in maniera drastica il rischio d’incappare nelle bufale. Negli ultimi mesi, sulla scorta degli eventi di attualità, si sono giustamente moltiplicati i corsi d’informazione sanitaria. E probabilmente nessun giornalista sarebbe disposto ad accogliere teorie sul Covid-19 non comprovate e non discusse in sede scientifica solo perché in redazione arriva un comunicato. Perché per l’arte e per le materie umanistiche in generale non dovrebbe valere lo stesso assunto? E poi, la norma dovrebbe esser sempre quella di verificare. Come anticipato, quando si riceve un comunicato-bufala occorrerebbe semplicemente cestinarlo, se si conosce la materia. Se invece si hanno dei dubbi, o se non si conosce la materia (e a maggior ragione quando arriva una nota da un soggetto che annuncia una scoperta strepitosa), c’è solo un modo per evitare le bufale: verificare.

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