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cultură şi spiritualitate

August Schlegel: sulla serenità degli Antichi e la melanconia dei Moderni

Considerazioni di un romantico all'alba della modernità

 

L’area mitteleuropea, negli anni a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, ha avuto il ruolo cruciale di stabilire un’indirizzo culturale e artistico che influenzò poi tutta la modernità. Gli intellettuali tedeschi, nell’ambito della formulazione estetica del concetto di Romanticismo, puntarono l’accento sulla dicotomia classico – moderno. August Wilhelm von Schlegel riconosceva un netto contrasto tra la condizione esistenziale degli Antichi e quella dei Moderni.

 

La genesi del Romanticismo: alla ricerca dell’etimo

Il gruppo di parole con la radice roman- nelle lingue – non a caso – romanze, ha una storia complicata. Comunque, attorno al XVII secolo, prima “romantic” in inglese e poi “romantique” in francese entravano a far parte dell’uso linguistico comune con valori semantici leggermente diversi.

Alla fine del XVIII secolo, gli intellettuali tedeschi del “Gruppo di Jena”, tra i cui esponenti c’erano i poeti Novalis, Tieck, i fratelli Schlegel e Schelling, diedero una formulazione teorica ed estetica al concetto di “Romantik”. Essi impiegarono il termine per denominare una nuova corrente culturale svincolata dai modelli preesistenti, che stava germogliando sulla scia dello “Sturm und Drang”. August Wilhelm von Schlegel, nel Vorlesungen über dramatische Kunst und Literatur (Corso di letteratura drammatica) [1]tenuto a Vienna nel 1809, scrisse:

«La natura umana, senza dubbio, è semplice nella sua essenza; ma un profondo esame ne insegna che non ci ha nell’universo alcuna forza primigenia la quale non sia suscettiva di dividersi e d’operare in direzioni opposte; movimenti degli esseri animati si spiegano per mezzo del giuoco degli organi, ora eccitati ed ora rilassati; da per tutto non si vede che dissonanze e consonanze, contrasto ed accordo: perché dunque un simile fenomeno non si potrebbe riprodurre nel mondo morale, nell’anima dell’uomo?Forse questa idea ci darebbe la vera soluzione del problema che ne occupa; e forse ne svelerebbe la causa delle differenti direzioni che presero tanto appresso degli Antichi quanto appresso dei Moderni la poesia e le belle arti.

Secondo questa maniera di vedere, si divisò di far risaltare il contrasto che esiste fra il genere antico, o classico, e quello delle arti moderne, dando a quest’ultimo il nome di genere romantico. Questo nome gli conviene, fuor di dubbio, poiché deriva da quello di lingua romanza, sotto cui si comprendono gli idiomi volgari che nacquero dalla mescolanza del latino con gli antichi dialetti germanici, in quella guisa che la nuova civiltà europea s’andò formando dalla mescolanza, in prima eterogenea, ma poi col tempo divenuta intima, dei popoli del Nord colle nazioni depositarie delle preziose reliquie dell’Antichità»[2].

In queste righe, Schlegel descriveva uno dei periodi dal fervore culturale più straordinario della storia occidentale. L’Europa stava entrando nella modernità e lo faceva nella maniera più cruenta e traumatica possibile: gli insigni eventi intercorsi tra il 1789 e il 1815 erano destinati a subire una battuta d’arresto alla data appena citata, ma – come è noto – le loro conseguenze furono irreversibili.

È sempre così: in un clima di grande cambiamento, felice o tragico che sia, anthroposinizia a pensare o forse è il pensiero a causare il cambiamento; la cosa certa è che la rivoluzione si coglie dalle lettere. In un’Europa occupata da Napoleone, in cui un anno prima Fichte aveva scritto i Reden an die deutsche Nation (Discorsi alla Nazione tedesca), Schlegel raccontava ai viennesi di un altro e non meno feroce fronte di guerra: quello tra classicisti e modernisti. Lo faceva stando ancora un po’ sulla difensiva, sostenendo la tesi secondo cui, in una visione squisitamente idealista, l’arte possa muoversi in direzioni dialetticamente opposte: l’una verso l’armonia, l’altra verso il contrasto. È curioso ma comprensibile come Schlegel argomenti ciò con metafore addirittura naturalistiche, quasi a voler convincere i positivisti delle sue idee.

Questa dicotomia non poteva essere meglio articolata se non con il termine “Romantik”, perché alludeva alle lingue romanze. Esse erano nate dalla trasformazione del latino e dall’influsso che su di esso ebbero le tante e diverse lingue dei popoli che vennero a contatto con l’Impero, e proprio l’eterogeneità di idee e tendenze era rappresentativa dell’età romantica[3].

 

Crisi dei lumi?

La frattura culturale tra Illuminismo e Romanticismo è probabilmente più sottile di quanto possa sembrare, e sia i contemporanei dell’epoca, sia noi, tendiamo di solito a semplificarla e stilizzarla. Comunque, il contrasto tra Antichi e Moderni e quindi tra razionale e irrazionale si spiega anche in relazione al capovolgimento dei principi di trazione della Storia, tra la visione illuminista e quella romantica. Il XVIII secolo era stato ricco di aspettative politiche e sociali, queste, agli occhi di molti intellettuali dell’Ottocento, si erano infrante sulla realtà. Gli uomini hanno davvero la capacità di guidare la Storia attraverso la ragione? Qual è il confine tra razionale e irrazionale? In nome dei lumi l’Europa aveva vissuto le stragi del Terrore e le ingiustizie delle dominazioni napoleoniche!

 

Caducità e melanconia dei moderni

Su questa scia, nel XIX secolo, vi fu una tendenza al recupero della fede o più in generale della spiritualità: si faceva strada la convinzione che l’uomo non bastasse a sé stesso, cosa che invece si supponeva avvenisse nell’antichità. Schlegel scrisse:

«La religione sensuale dei Greci non prometteva che beni esteriori e temporali. L’immortalità, se pur vi credevano non era da essi che appena appena scorta in lontananza, come un’ombra, come un leggier sogno che altro non presentava se non una languida immagine della vita, e spariva dinanzi alla sua luce sfolgoreggiante. Sotto il punto di vista cristiano, tutto è precisamente l’opposto; la contemplazione dell’infinito ha rivelato il nulla di tutto ciò che ha dei limiti, la vita presente si è sepolta nella notte, ed oltre alla tomba soltanto brilla l’interminabile giorno dell’esistenza reale. Una simile religione risveglia tutti i presentimenti che riposano nel fondo dell’anime sensitive, e li mette in palese; ella conferma quella voce segreta la qual ne dice che noi aspiriamo ad una felicità cui non si può raggiungere in questo mondo, che nessun oggetto caduco può mai riempire il vuoto del nostro cuore, che ogni piacere non è quaggiù ch’una fugace illusione. Allorché dunque, simile agli schiavi Ebrei, i quali prostesi sotto i salci di Babilonia facevano risonare dei loro lamentevoli canti le rive straniere, la nostra anima esiliata sulla terra sospira la sua patria, quali possono mai essere i suoi accenti, se non quelli della melanconia?» [4]

L’uomo moderno è dunque un’anima inquieta, in balia di sentimenti contrastanti: egli non è più integro e sufficiente a sé stesso come nell’antichità classica. Come essere finito tende all’infinito, la natura è la manifestazione immanente dell’infinito e l’esperienza di essa genera nell’uomo il sublime: meraviglia e terrore, mancanza che lo relega in un’irreparabile situazione di inappagamento. E poi il “Sehnsucht”: il male del desiderio, lo sforzo dei titani che perseverano nel tentativo di liberarsi dalla prigione imposta loro da Zeus, pur consapevoli di essere condannati a restarci per sempre. Non a caso il suddetto esempio, tratto dalle antiche tragedie, calza a pennello per spiegare la drammaticità della modernità, e ce ne accorgiamo dalle parole successive di Schlegel:

«Nondimeno non bisogna credere che la melanconia si vada al continuo esalando in monotone querimonie, né ch’ella si esprima sempre distintamente. Nella stessa maniera che la tragedia fu sovente appresso dei Greci energica e terribile ad onta dell’aspetto sereno sotto cui essi riguardavano la vita, anche la poesia romantica, come l’abbiamo pur anzi dipinta, può passare per tutti i tuoni, da quello della tristezza fino a quello della gioia; ma sempre trovasi in essa un certo che d’indefinibile che denota l’origine sua; il sentimento è in essa più intimo, l’immaginazione meno sensuale, il pensiero più contemplativo»[5]

Se anche i greci sfornarono dal loro genio opere angosciose e terribili, queste, da quel che sappiamo e soprattutto dalla fortuna che ebbe sin dal Medioevo l’eredità aristotelica, avevano un valore catartico; nella modernità, invece, il dramma sembra assumere i contorni della realtà e una pure ambita purificazione rimane un’incognita inestricabile.

 

Nicola De Rosa

 

[1] Il Corso di letteratura drammatica di Schlegel è consultabile in italiano, tradotto da Giovanni Gherardini, nel database della biblioteca digitale non-profit Internet Archive, all’indirizzo https://archive.org/

[2] A. W. von Schlegel, Corso di letteratura drammatica, Milano, 1841, pp. 22-23

[3] Non a caso, entrambi i fratelli Schlegel si occuparono anche di studi linguistici, nell’ambito della grande eccitazione che seguì la scoperta dell’origine comune delle lingue romanze, germaniche e indoiraniche; scoperta resa possibile dalla crescente attenzione occidentale nei confronti del sanscrito. Si aprivano spiragli inimmaginabili: se esiste un’origine linguistica comune, esiste anche una filiazione popolare e culturale, che ricongiunge antichi miti e leggende, e l’epica, che tanto aveva caratterizzato, distinto e contrapposto i popoli.

[4] Ivi, p. 29

[5] Ivi, p. 30

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