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La Cattura di Cristo di Odessa. Cronache dal vivo di un restauro


 Immagini in anteprima del restauro della “Cattura di Cristo” di Odessa presentate da Nataliia Chechykova, Consulente per l’Arte Italiana del Museo di Odessa, ricercatrice che ha dato una svolta al problema accompagnando il quadro al restauro e riaprendo il dibattito sulla sua attribuzione.

Ritrovare, almeno visivamente, un dipinto che da ben undici anni è lontano dalla vista di tutti a seguito di drammatiche vicissitudini, è un grande avvenimento: un evento che bisogna condividere con il maggior numero di persone possibile, in questo caso mostrando alcuni particolari della tela, ancora inediti, durante il restauro tuttora in corso a Kiev.

Si tratta di un capolavoro ferito, drammaticamente segnato dalla sua storia negativa, meravigliosamente “nudo”. Mi piacerebbe trasmettere delle sensazioni, dando la possibilità a tutti di vedere quanto un grande quadro, seppure ferito nella sua essenza maggiore, il colore, possa, almeno spero, trasmettere qualche meraviglia. Il quadro è così bello e potente che non si può avere il diritto di nasconderlo al mondo.

Certo, parlare dell’ennesimo dipinto più o meno attribuibile al Caravaggio può apparire un argomento tedioso e soprattutto ripetitivo, visto il grande panorama di studi su nuove e vecchie tele del maestro che “riaffiorano” oramai in maniera ciclica nel dibattito tra gli studiosi. Non voglio perciò dilungarmi sulla storia di questo quadro che ha accompagnato tanta parte della mia vita (avendogli dedicato tutto il mio lavoro per tre anni) e che tanti conoscono già perfettamente; tuttavia alcuni accenni sono necessari anche per collocare quest’opera nella giusta dimensione spazio-temporale. Di questa Cattura di Cristo, che si trovava ad Odessa dai primi anni del Novecento, non è stata scritta tutta la storia, nel senso che dal punto di vista documentale se ne hanno notizie certe solo dal 1868, quando apparve a Parigi, in vendita presso la prestigiosa casa d’aste di Rue Drouot n.5, momento in cui risultava di proprietà di uno dei più famosi collezionisti di quell’epoca, Alexander Basilewsky. Veniva intitolato Le Baiser de Judas ed era attribuito al Caravaggio, essendo parte di un notevole lotto di opere d’arte (per la maggior parte dipinti) che il Basilewsky decise di vendere poiché nel frattempo il suo interesse di collezionista si era orientato su un altro genere e periodo storico: il medioevo cristiano, espresso in tutte le sue forme artistiche possibili. In quell’asta comunque il quadro non trovò acquirenti o fu addirittura ritirato dalla vendita, forse perché aveva attirato le attenzioni del fratello del futuro zar Alessandro III, che lo aveva potuto ammirare nella sua visita parigina l’anno precedente. Sul perché il quadro non sia stato venduto non si hanno notizie certe, di sicuro si sa che Le Baiser di Judas fu regalato dal Basilewsky proprio al gran principe Vladimir Alexandrovich che, in virtù del suo grande interesse per l’arte, di lì a poco divenne presidente della Imperiale Accademia delle Belle Arti di San Pietroburgo, nel cui catalogo del 1874 lo si ritrova con il numero 264.

Da quel momento in poi il quadro, confermato nella sua attribuzione al Caravaggio, rimase sempre in Russia prima e nell’Unione Sovietica poi, nelle varie sedi dei Musei di Odessa, fino agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso quando, dopo gli studi degli archivi Mattei da parte delle giovani Francesca Cappelletti e Laura Testa, emerse la notizia di una Cattura di Cristo venduta dai Mattei a William Hamilton Nisbet ed anche la ricevuta di un pagamento del 1626, fatta all’altrimenti sconosciuto Giovanni d’Attili per una copia della stessa opera. La critica internazionale si orientò in modo netto, definendo la tela di Odessa come la copia commissionata da Asdrubale Mattei per 12 scudi, laddove la ritrovata tela di Dublino (National Gallery of Ireland) col medesimo soggetto fu considerata l’originale, ovvero quello di proprietà Ciriaco Mattei dipinto nel 1602 dal Caravaggio per 125 scudi.

Da Caravaggio, Cattura di Cristo (inizio XVII secolo; olio su tela, 134 x 172,5 cm; Odessa, Museo d'Arte Occidentale e Orientale)
Da Caravaggio, Cattura di Cristo (inizio XVII secolo; olio su tela, 134 x 172,5 cm; Odessa, Museo d’Arte Occidentale e Orientale)


Caravaggio, Cattura di Cristo (1602; olio su tela, 133,5 x 169,5 cm; Dublino, National Gallery of Ireland)
Caravaggio, Cattura di Cristo (1602; olio su tela, 133,5 x 169,5 cm; Dublino, National Gallery of Ireland)

Si avrà modo in futuro di presentare i risultati della ricerca fin qui raggiunti attraverso l’accurata analisi dei risultati radiografici, assieme al rigoroso vaglio dei pigmenti utilizzati nella tela di Odessa, oltre al tipo della stessa tela, dati che già adesso consentono una seria riconsiderazione del fatto che il dipinto possa essere la copia Mattei. Il materiale impiegato rientra perfettamente nella “palette caravaggesca”, almeno stando a uno studio di Claudio Seccaroni (Some considerations on Caravaggio’s palette, in Caravaggio’s painting technique, “Kermesquaderni”, a cura di Marco Ciatti e Brunetto Giovanni Brunetti, Nardini, Firenze 2013): sia la tela che i colori utilizzati nel dipinto di Odessa appaiono di qualità decisamente troppo costosa per giustificare la bassa cifra pagata per la copia, ma su questo argomento sicuramente si avrà modo di ritornare in modo più circostanziato in futuro.

La vera novità viene dall’analisi della radiografia che mostra differenze e ripensamenti solitamente impensabili per un copista che ha di fronte a sé il quadro che dovrà riprodurre. Per non parlare poi, ovviamente, della figura centrale: il Cristo, che appare completamente diverso da quello che dovrebbe essere l’originale mentre tutte le altre figure sono decisamente uguali. La figura del Salvatoreesprime altri sentimenti rispetto, ad esempio, alla versione di Dublino: è certo pieno di santità, dolore, e forse anche rassegnato e sicuramente consapevole del suo destino, ma non esprime un senso d’impotenza di fronte a ciò che gli dovrà accadere, al contrario sembra sereno, in netta contrapposizione a tutte le altre figure della composizione, un’espressività del Redentore che non si ritrova nelle altre versioni conosciute.

Nonostante queste incontrovertibili considerazioni di base, la Cattura di Cristo del Museo d’Arte Occidentale e Orientale di Odessa, per molto tempo attribuita al Caravaggio, dopo la scoperta dell’altra versione di Dublino era caduta sostanzialmente nell’oblio. La nuova situazione politica e, soprattutto, economica dell’Ucraina, non permetteva certo di occuparsi dell’attribuzione di un quadro, per quanto così prestigiosa. Soltanto nel 1998 la tela riuscì a varcare per la prima volta i confini del suo paese di appartenenza per essere esposta a Monaco di Baviera, poi le sue esposizioni si susseguirono con una certa frequenza negli anni successivi, fino ad arrivare alla mostra organizzata da Vittorio Sgarbi a Palazzo Reale a Milano nel 2005, quando venne presentata in catalogo con forti dubbi sulla sua “non attribuzione” al Caravaggio. Per la prima volta dopo tanti anni, il termine “replica” coniato da Maurizio Marini ha trovato il giusto sostegno, per lo meno nel porsi il problema di un’ulteriore verifica sull’opera. Il furto della Cattura di Cristo di Odessa nel 2008, successivo alla sua ultima esposizione a Düsseldorf (2006), non ha più consentito possibilità di ulteriori ricerche e verifiche. Subito prima della mostra in Germania, nel giugno 2006, il dipinto fu sottoposto ad un veloce restauro conservativo, con un attento ed approfondito esame radiografico e fotografico che però nessuno si preoccupò di analizzare, almeno a giudicare dall’assenza di documenti in questione: ho potuto visionare tutti i file di quell’intervento che confermano i risultati sorprendenti già visibili nelle radiografie effettuate dal Centro di Restauro Grabar di Mosca tra il 1953 e il 1955 ed è evidente che non ci troviamo di fronte ad una banale copia, quasi sicuramente non si tratta della “famosa” copia di Giovanni d’Attili, pittore di cui non esistono altre notizie. Ciò era evidentemente a conoscenza di chi ha, forse, commissionato il furto, altrimenti ingiustificato, operazione non difficilissima ma certamente rocambolesca viste le notevoli dimensioni della tela (cm 134 per 172,5) e la sua collocazione. L’episodio continua a lasciare molte perplessità sul campo, dal momento che i ladri non hanno affatto considerato (almeno apparentemente) altri quadri con “attribuzioni certe” e sicuramente di grande pregio come, ad esempio, i due Evangelisti, San Luca e San Matteo, di Frans Hals, tra l’altro di dimensioni molto più “trasportabili” senza dover tagliare la tela (come è stato fatto) di una semplice “copia” da Caravaggio.

La Cattura di Cristo di Odessa durante il restauro
La Cattura di Cristo di Odessa durante il restauro. Ph. Credit Nataliia Chechykova


Cattura di Cristo di Odessa, dettaglio del bacio di Giuda (durante il restauro). Ph. Credit Nataliia Chechykova
Cattura di Cristo di Odessa, dettaglio del bacio di Giuda (durante il restauro). Ph. Credit Nataliia Chechykova


Cattura di Cristo di Odessa, dettaglio con i volti di Cristo e Giuda (durante il restauro). Ph. Credit Nataliia Chechykova
Cattura di Cristo di Odessa, dettaglio con i volti di Cristo e Giuda (durante il restauro). Ph. Credit Nataliia Chechykova


Cattura di Cristo di Odessa, dettaglio con la ciocca di capelli di Cristo (durante il restauro). Ph. Credit Nataliia Chechykova
Cattura di Cristo di Odessa, dettaglio con la ciocca di capelli di Cristo (durante il restauro). Ph. Credit Nataliia Chechykova


Cattura di Cristo di Odessa, dettaglio delle mani di Cristo (durante il restauro). Ph. Credit Nataliia Chechykova
Cattura di Cristo di Odessa, dettaglio delle mani di Cristo (durante il restauro). Ph. Credit Nataliia Chechykova


Cattura di Cristo di Odessa, dettaglio della mano di Giuda (durante il restauro). Ph. Credit Nataliia Chechykova
Cattura di Cristo di Odessa, dettaglio della mano di Giuda (durante il restauro). Ph. Credit Nataliia Chechykova


Cattura di Cristo di Odessa, dettaglio della mano del servo (durante il restauro). Ph. Credit Nataliia Chechykova
Cattura di Cristo di Odessa, dettaglio della mano del servo(durante il restauro). Ph. Credit Nataliia Chechykova


Cattura di Cristo di Odessa, dettaglio del servo (durante il restauro). Ph. Credit Nataliia Chechykova
Cattura di Cristo di Odessa, dettaglio del servo (durante il restauro). Ph. Credit Nataliia Chechykova


Cattura di Cristo di Odessa, dettaglio dei soldati (durante il restauro). Ph. Credit Nataliia Chechykova
Cattura di Cristo di Odessa, dettaglio dei soldati (durante il restauro). Ph. Credit Nataliia Chechykova


Cattura di Cristo di Odessa, particolare dell'angolo in alto a sinistra con pennellate che potrebbero riprodurre foglie. Ph. Credit Nataliia Chechykova
Cattura di Cristo di Odessa, dettaglio dell’angolo in alto a sinistra con pennellate che potrebbero riprodurre foglie. Ph. Credit Nataliia Chechykova

Ma qui si entra in una vicenda che ha tutte le caratteristiche del giallo internazionale e che non ha ancora trovato una sua soluzione giudiziaria definitiva, mentre lo studio dell’opera compiuto da chi scrive, inizialmente destinato alla realizzazione di una tesi di laurea all’Università di Ferrara(relatrice Francesca Cappelletti e correlatrice Giulia Silvia Ghia), ha poi trovato l’interesse anche dei responsabili del Museo d’Arte Occidentale e Orientale di Odessa, la mia città natale, di cui questa tela è sempre stata un simbolo ammirato ed invidiato. Così, intorno alla ricerca si sono appassionati in tanti, in Ucraina e in Italia, e grande è stato il sostegno di tutti, tanto da permettere, nel mese di luglio appena passato, un incontro a Kiev con la Cattura di Cristo, finalmente dal vivo. Qui è ora depositato il dipinto in restauro e le foto che allego a questo breve resoconto credo possano evidenziare non solo il reale valore artistico dell’opera, “senza trucco” e con tutte le sue rughe in evidenza, ma potrà forse anche riaprire finalmente il dibattito sul vero autore della pregevole tela, che non credo possa appartenere alla mano del misconosciuto d’Attili, come proverò a dimostrare a breve in uno studio più circostanziato.

*Tante sono state le persone che mi hanno sostenuto in questa ricerca, a partire dalle già ricordate Francesca Cappelletti e Giulia Silvia Ghia. Voglio perciò menzionare almeno il direttore del museo di Odessa, l’architetto Igor Poronyk, e tutto il personale, soprattutto la storica dell’arte Ludmila Saulenko che prima fra tutti, finché lo ha permesso la sua malattia, mi ha guidato nello studio con grande correttezza. E poi non posso dimenticare con affetto l’amica Svitlana Stryelnikova, Direttrice del Centro Nazionale Ucraino di Ricerca e Restauro, che ci ha aperto i suoi laboratori in cui, malgrado i mezzi a disposizione decisamente limitati, i suoi collaboratori e specialisti stanno svolgendo un eccellente lavoro di restauro. La Magistratura dell’Ucraina, in particolare il Tribunale del distretto Podilsky di Kyiv, ha concesso l’autorizzazione per la visita al dipinto durante il restauro, dimostrando, nel pieno rispetto delle regole giuridiche, una sensibilità ed un’attenzione ad un bene nazionale così importante, quale è questa Cattura di Cristo. Last but not least, voglio ricordare la collaborazione di tutto il “gruppo italiano” e del grande e convinto amico di questo quadro, l’Ambasciatore d’Italia in Ucraina Davide La Cecilia.

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