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Jacques de Molay, cromolitografia ottocentesca di Chevauchet.

Jacques de Molay, cromolitografia ottocentesca di Chevauchet.

Il 18 Marzo 1314, all’ora del vespro, Jacques de Molay, ultimo Gran Maestro dell’ordine dei Cavalieri templari, morì sul rogo su una isoletta della Senna chiamata “dei Giudei”, situata tra i giardini reali e la chiesa dei frati eremitani di Sant’Agostino. Lì, a poca distanza dalla cattedrale di Notre Dame, si concluse l’epopea dell’Ordine monastico e cavalleresco che Hugues de Payns, aveva fondato, insieme a un pugno di altri seguaci nel 1119.

Una placca in bronzo nei pressi del Pont Neuf ricorda ancora l’atroce supplizio. Quelle fiamme, accese per volontà del re di Francia Filippo il Bello, non ridussero però in cenere la leggenda dell’ordine religioso e militare più famoso del Medioevo cristiano. Anzi, alimentarono il mito di un “potere parallelo”. Così dicerie, suggestioni esoteriche, fantasiose ricostruzioni e misteri assortiti hanno attraversato indenni i secoli, fino ad arrivare ai nostri giorni. Tanto da far dire a Umberto Eco che “l’unico modo per riconoscere se un libro sui Templari è serio è controllare se finisce col 1314, data in cui il loro Gran Maestro viene bruciato sul rogo”.

Chi era veramente Jacques de Molay? Sulla sua figura la storiografia si divide. Di certo sappiamo che affrontò una morte orribile con dignità e coraggio. Ma poco conosciamo della sua vita.
L’assenza di documentazione non permette di individuare con certezza nemmeno il luogo dove nacque né la data in cui venne al mondo. Secondo la maggior parte degli storici, tra le tante Molay disseminate in Francia, Jacques vide la luce intorno al 1245 nel piccolo centro presso Besançon, in Alta Saone, nella contea di Borgogna. Non era quindi un suddito del re di Francia perché all’epoca la regione faceva parte dell’impero germanico.

Secondo la tradizione, come figlio cadetto di una famiglia della piccola nobiltà, era destinato alla carriera ecclesiastica. Venne accolto nell’ordine templare intorno ai venti anni e presto fu inviato in oriente. Nel 1285 venne nominato conte di San Giovanni d’Acri. Ma non partecipò al famoso e drammatico assedio del 1291 che segnò la fine delle Crociate in Oriente e il crollo del regno di Gerusalemme.

Quando San Giovanni cadde nelle mani dei mamelucchi d’Egitto, i Templari, come gli altri ordini militari, trasferirono a Cipro il loro quartier generale. L’anno dopo de Molay venne eletto Gran Maestro. Nella sua nuova veste, si prodigò per la difesa dell’isola e del regno della Piccola Armenia, ultimi possedimenti dei Franchi in Oriente.

Ma il suo obiettivo dichiarato era quello di riconquistare i luoghi santi e superare il trauma della storica sconfitta di San Giovanni d’Acri attraverso una nuova crociata. Così, tra il 1293 e il 1296, viaggiò a lungo tra l’Italia, la Provenza, la Catalogna, l’Inghilterra e l’Aragona.

Una raffigurazione tipica dei cavalieri templari in un manoscritto del 1215.

Una raffigurazione tipica dei cavalieri templari in un manoscritto del 1215.

Nel settembre del 1294 lo troviamo a Roma e tre mesi dopo a Napoli, dove assiste all’ascesa al soglio pontificio di Bonifacio VIII dopo l’abdicazione di Celestino V. Nei suoi viaggi coltiva, come gli impone il suo ruolo, strette relazioni non solo con il pontefice ma anche con Edoardo I d’Inghilterra e Giacomo d’Aragona.
Al ritorno a Cipro organizza spedizioni sulla costa contro i mamelucchi, dall’inospitale ma strategico e isolotto di Ruad, al largo della Siria (1300). Un luogo strategico per la sua posizione geografica, da dove i monaci guerrieri fanno partire continue incursioni navali contro gli infedeli.
L’ultima roccaforte templare in Terrasanta cade nel 1303. La battaglia è disperata e sanguinosa. Il Templare di Tiro, testimone oculare dei fatti, ne racconta l’epilogo con drammatiche parole: “I saraceni fecero tagliare la testa a tutti i sergenti siriani, perché avevano fatto gran difesa e gran danno ai saraceni, e i fratelli del Tempio furono condotti a Babilonia (Il Cairo) con disonore”.

È la fine di un’epoca. Con la definitiva caduta degli stati crociati tutti gli ordini e le confraternite militari si trovano, di colpo, di fronte a una situazione nuova. Senza la guerra, i “sacerdoti guerrieri”, gli uomini che vivevano come monaci secondo la regola benedettina o agostiniana, ma poi affrontavano le battaglie con il coraggio e la ferocia dei cavalieri, sono costretti a cambiare vita.

Gli Ospitalieri continuano a curare i malati e i feriti e a raccogliere i profughi della Terrasanta sull’isola di Cipro, dove possiedono molti beni. I Cavalieri teutonici, già molto tempo prima della caduta di San Giovanni d’Acri, hanno trasferito il grosso delle loro forze nella lontana Prussia.
Per i Templari tutto è più difficile. L’originale confraternita di monaci soldati fondata dopo le Crociate sotto gli auspici di Bernardo di Chiaravalle, per proteggere Gerusalemme e le strade percorse dai pellegrini verso la città santa, con il tempo è diventata una vera e grande potenza economica, prestigiosa e influente. Uno “stato nello stato”, capace di condizionare la vita dei principi.
La diffidenza sul ruolo e il potere dei monaci guerrieri cresce dopo i fallimenti militari. Nelle corti ci si interroga sul futuro delle confraternite che provano a conciliare, sempre con maggiori difficoltà, le armature di ferro con quelle della fede. Per gli ordini religiosi di tutti i tipi, fa fede un apologo morale, molto citato nella seconda metà del Duecento. Protagonista dell’istruttivo e fantasioso racconto è Riccardo Cuor di Leone, che aveva tre figlie: Orgoglio, Avarizia e Lussuria. Siccome doveva maritarle, concesse la prima ai Templari e agli Ospitalieri, la seconda ai Cistercensi e la terza ai Benedettini.
Daspol, celebre trovatore della Linguadoca, nei suoi canti rincara la dose contro i monaci guerrieri: “Sono tutti pieni di orgoglio e avarizia”.

Sigillo dell'Ordine dei tempalri.

Sigillo dell’Ordine dei templari.

Un sentire comune indicava la soluzione: unificare gli ordini militari per rendere più efficace la loro azione a favore della Cristianità.
La proposta era stata già presentata al secondo concilio di Lione. Non se ne fece niente per la decisa opposizione del re d’Aragona. Papa Nicola IV nell’enciclica “Dura nimis” (18 agosto 1292) riprese la questione ma morì prima di poter portare a termine il suo disegno.
Lo scrittore e filosofo Raimondo Lullo supportava l’idea con tutto il peso della sua autorità. Ne parlava di continuo anche re Carlo II di Sicilia. Così, i maestri dell’Ospedale e del Tempio non si stupirono quando ricevettero una lettera sull’argomento firmata da Clemente V. Il papa chiedeva loro un consiglio. Ma il pontefice andava oltre: voleva anche un parere su una nuova crociata. E chiedeva ai gran maestri di raggiungerlo in Francia, per parlare con la calma necessaria di questi progetti.

Di certo, Jacques di Molay si innervosì molto: nell’ipotetica fusione vedeva vantaggi soprattutto per gli Ospitalieri, che univano l’esperienza militare a quella dell’assistenza ai malati.
Il gran maestro templare rispose al papa, con parole difensive e argomentazioni che ai più apparvero deboli. Definì il progetto “poco onorevole” per “due ordini così antichi” e mise di mezzo anche il diavolo “che non avrebbe mancato di accendere contese”.
Paventò anche il rischio di divisioni ingiuste e citò le diverse Regole di Ospitalieri e Templari per spiegare quanto sarebbe stato difficile per i fratelli cambiare abitudini ormai consolidate. Insomma disse un no chiaro e forte. La cosa irritò molto Filippo il Bello che cominciò a chiedersi che uso volessero fare i Templari delle loro ricchezze e della forza militare che ancora potevano esprimere.

A Parigi Jacques de Molay venne informato anche su alcune sgradevolissime voci che in ambienti altolocati coinvolgevano la reputazione del Tempio. La “macchina del fango” era partita a Perugia due anni prima, durante il conclave del 1305. Stavolta non si parlava più di avarizia e superbia ma di eresia, idolatria e sodomia. E di Templari che adoravano un idolo barbuto chiamato Bafometto e che sputavano sopra la croce in segno di disprezzo verso Cristo.
Le gravi accuse avevano un nome e un cognome: quello di Esquieu de Floryan che elencò “gli osceni segreti” dell’Ordine a Re Giacomo II di Aragona. Il sovrano non diede il minimo credito alle sue parole. Ma Esquieu non si arrese e negli ultimi mesi del 1305 chiese udienza a Filippo il Bello.
Guglielmo di Nogaret e Guglielmo di Paisians, altolocati consiglieri del re di Francia, lo ascoltarono con particolare attenzione e aprirono una inchiesta sui Templari, infiltrando una dozzina di spie della corona all’interno dell’Ordine Forse all’inizio, secondo molti storici, senza un motivo preciso.

Ma raccogliere accuse così infamanti poteva comunque servire a molteplici scopi. Per esempio ad accelerare l’agognata fusione fra il Tempio e l’Ospitale che stava tanto a cuore a Filippo IV. Oppure per aprire una potenziale ipoteca sulla grande ricchezza dei monaci guerrieri.
Senza dimenticare che Nogaret era stato l’uomo che a Anagni, il 7 settembre 1303 aveva “schiaffeggiato” Bonifacio VIII dopo averlo accusato di eresia. Oggetto del clamoroso scontro tra il papa e il re era stata la supremazia rivendicata dall’energico pontefice romano sul potere temporale di Filippo il Bello. Allora l’esercito francese fu messo in fuga e Nogaret venne scomunicato. Quattro anni dopo, raccogliere le prove della colpevolezza dei monaci-soldati poteva servire comunque a convincere Clemente V a patteggiare una reciproca marcia indietro: Anagni in cambio della reputazione del Tempio.

Illustrazione di un manoscritto, 1350 circa, che allude all'accusa di baci osceni tra i templari.

Illustrazione di un manoscritto, 1350 circa, che allude all’accusa di baci osceni tra i templari.

Jacques de Molay, scandalizzato dalle accuse mosse contro l’Ordine, chiese al papa di aprire una inchiesta per dimostrare l’assoluta infondatezza delle accuse. Il 24 agosto 1307, Clemente V fa sapere al sovrano di Francia di aver ordinato l’apertura delle indagini.

La mossa ha un effetto immediato: quello di accelerare le decisioni del re di Francia, che da tempo ha ben chiaro il suo obiettivo: il Tempio deve morire.
Il re persegue con coerenza la sua politica: vuole accentrare i poteri intorno al trono e lavora con metodo per la nascita di una monarchia nazionale.
Filippo IV non vuole e non può accettare la presenza, all’interno del suo regno, di una potenza sovranazionale che di fatto non risponde al controllo della corona. E alla quale deve anche dei soldi: molto denaro che gli è stato prestato e che adesso non è in grado di restituire.

C’è un altro fatto: i Templari sono pur sempre dei soldati. Non hanno una guerra da combattere. Sono ricchissimi, potenti e organizzati. Capaci di una mobilitazione immediata, con basi e commende sparse in tutte le regioni di Francia. Sono disciplinati. E pronti a una obbedienza totale. Ma non nella direzione giusta: il loro referente è il gran maestro e quindi il papa, del quale, grazie alla loro doppia veste di sacerdoti e guerrieri sono un potentissimo “braccio armato”. In caso di conflitto con il pontefice a chi avrebbero dato retta?
Filippo IV non ha più dubbi: non si fida dei Templari. Tra l’altro, dopo le guerre in Terrasanta, Parigi è ormai diventata la loro capitale. La casa madre dell’Ordine è stata costruita in una zona paludosa, bonificata già nel 1148: il grande quartiere abbraccia terreni vastissimi e copre una superficie che equivale a un terzo della città. La Commanderie nel Marais, tra l’altro, è più sicura del palazzo reale e dello stesso Louvre, circondata com’è da un robusto muro merlato alto quasi dieci metri, protetto da torri, terrazzamenti, contrafforti e posti di guardia.

Una fortezza inespugnabile piantata nel cuore di Parigi: Filippo il Bello aveva avuto modo di visitarla appena un anno prima (1306) quando chiese rifugio ai Templari per difendersi dai disordini popolari che infiammavano la città.

In quella occasione, il sovrano pretese da Jean de la Tour, tesoriere centrale del Tempio, la bellezza di 300.000 fiorini d’oro. Questi soldi erano in parte di privati che avevano affidato ai Templari i loro investimenti e in parte della Chiesa che risparmiava denaro in vista di una futura crociata. Jacques de Molay, che in quel momento si trovava in Oriente, al suo ritorno punì Jean de la Tour con l’espulsione dal Tempio.

Venerdì 13 ottobre 1307 il re passò all’azione contro i Templari. Da allora, nelle credenze popolari, quella data viene ricordata come esempio di un giorno infausto. Jacques de Molay non seppe cogliere gli avvertimenti che pure aleggiavano intorno a lui. Il giorno prima, il 12 ottobre, aveva partecipato alle esequie di Caterina di Cortenay, cognata del re e aveva retto i cordoni funebri, in segno di lutto, insieme ai principi di sangue. Un onore, che l’etichetta di corte riservava solo ai parenti stretti della corona. Come poteva immaginare che il giorno dopo un sovrano che lo trattava con tanto riguardo lo avrebbe messo addirittura in catene?
Ma Filippo aveva previsto tutte le mosse. L’ordine d’arresto era stato firmato già un mese prima, il 14 settembre 1307. Una data simbolica, testimonianza di una scelta non certo casuale: quel giorno si celebrava l’esaltazione della Croce. Il re, espressione del diritto divino, sentiva di agire in nome di Dio.
Fu Giovanni di Verrerot, balivo di Caen, a dare lettura della missiva regale: “Una cosa del tutto disumana, ed anzi estranea a ogni criterio umano, ci è giunta all’orecchio, grazie al racconto di molte persone degne di fede (…). I frati dell’ordine della milizia del Tempio, lupi nascosti sotto un aspetto di agnello…”.
All’alba le guardie reali arrestarono per sospetta eresia tutti i Templari che vivevano sul suolo francese. Clemente V, in seguito, valutò che la forza dell’Ordine ammontasse in tutto il paese a circa duemila persone.

Portale di una commenda templare a Chanonat , Puy-de-Dôme, Francia.

Portale di una commenda templare a Chanonat , Puy-de-Dôme, Francia.

Quella mattina 546 prigionieri furono raccolti in quasi trenta luoghi di detenzione in varie zone della Francia. Solo una dozzina di frati si sottrassero alla cattura. Tutti i beni dell’Ordine vennero messi sotto sequestro.
I Templari non opposero la minima resistenza. Non pensavano di avere nulla da temere dagli uomini del re. Ma soprattutto la loro Regola vietava di colpire con la spada altri cristiani, pena l’espulsione dall’Ordine. Così, senza reagire, andarono incontro alle torture, alla prigione e alla morte.
Pochi ma terribili i punti dei capi d’accusa: oltre all’eresia, c’erano il rinnegamento di Cristo, l’idolatria, le pratiche oscene, la sodomia, il rifiuto dei sacramenti, l’assoluzione da parte di laici, la segretezza dei capitoli e gli arricchimenti illeciti.
Arrestare e custodire presunti eretici era compito di una corte ecclesiastica. Ma la Chiesa viene messa di fronte al fatto compiuto.
Clemente V, due giorni dopo i fatti, riunisce un concistoro a Poiters e il 27 ottobre scrive una esacerbata lettera al re di Francia: “Il vostro comportamento impulsivo è un insulto contro di noi e contro la Chiesa romana”.

Ma la decisione è tutt’altro che improvvisata. Il papa sa bene che la vera posta in gioco non è il destino del Tempio ma l’autorità stessa del pontefice.
Filippo IV non perde tempo. Vuole confessioni rapide. Gli accusati non hanno diritto di conoscere né i nomi dei loro accusatori né quelli dei testimoni delle loro presunte nefandezze. I Templari sono torturati, incatenati e tenuti a pane e acqua per settimane. Non possono nemmeno parlare tra di loro. Alcuni perdono la ragione, altri scelgono il suicidio.
Le prime confessioni pubbliche arrivano già alla fine del mese. Il 25 ottobre 1307, l’accusa esulta per quello che appare come un vero e proprio colpo di scena: Jacques de Molay, reduce dalle torture e da un duro isolamento, confessa le sue colpe: rivela di aver rinnegato per tre volte il Crocifisso e anche di aver sputato sopra l’immagine del Figlio di Dio.
Ammette anche l’esistenza di pratiche oscene di iniziazione all’interno dell’Ordine. L’azione illegale del re trova così una parvenza di legittimazione. Ma pochi giorni dopo il gran maestro ritratta, si toglie la veste e mostra a tutti i segni delle torture che ha dovuto subire. Gli inviati del papa chiedono di poterlo vedere. Ma a malapena riescono a parlare con gli avvocati del re.

Filippo IV si presenta al mondo come un eroe della fede che combatte i nemici della religione. Ma non convince gli osservatori stranieri. Un politico genovese, Cristiano Spinola, scrive al suo governo e racconta che l’unico e reale scopo del re è quello di mettere le mani sul denaro e le proprietà dei Templari, in vista di una unione forzata del Tempio e dell’Ospitale sotto un unico Ordine, guidato da un membro della famiglia reale. L’idea piace molto a Raimondo Lullo che caldeggiava da tempo l’idea di un “re guerriero” della Cristianità, capace di guidare con successo una nuova, imminente crociata. Il filoso di lingua catalana loda Filippo come “campione della Chiesa” e condanna senza appello “l’orrida rivelazione di segreti” che coinvolge i Templari.
Il re di Francia intanto manda messaggi ai sovrani europei. Li invita a seguire il suo esempio e a arrestare i Templari. Ma Giacomo d’Aragona difende l’Ordine e Edoardo II Plantageneto, che da poco è diventato re d’Inghilterra, fa sapere di non credere a nessuna delle accuse rivolte contro il Tempio.
Il papa sa che deve riprendere l’iniziativa per arginare Filippo: prende atto che il Tempio è sotto accusa ma chiede che la procedura contro i Templari diventi pubblica e soprattutto venga controllata dalla Chiesa. Di conseguenza emana una bolla, la “Pastoralis praeeminentiae”, con la quale ordina l’arresto di tutti i Templari e la messa dei loro beni sotto la tutela ecclesiastica.

I sovrani d’Europa si adeguano, seppur controvoglia. I Templari inglesi vengono arrestati in massa il 10 gennaio 1308, quelli irlandesi vengono imprigionati il 3 febbraio. Lo stesso avviene, in tempi e modi diversi, nella penisola iberica, nelle Fiandre, a Napoli e anche a Cipro. La Castiglia e il Portogallo recalcitrano ma cambiano idea dopo un’altra bolla papale pubblicata nell’agosto 1308.

Filippo il Bello assiste al rogo dei Templari.

Filippo il Bello assiste al rogo dei Templari.

A Parigi, sotto le torture, le confessioni diventano centinaia. Jacques de Molay e i suoi fratelli ritrattano ancora. Il gran maestro chiede invano di poter parlare con il pontefice. Clemente V sospende dalle sue funzioni il Grande Inquisitore di Francia Guglielmo di Parigi: vuole interrogare di persona i vertici dell’Ordine. Ma ci vogliono sei mesi prima che un convoglio con i detenuti più importanti possa partire alla volta di Poitiers. Jacques de Molay è con loro ma a due terzi del tragitto, gli uomini del re prelevano il gran maestro e altri quattro prigionieri: i cinque vengono trasportati lontano dalla capitale, nelle segrete del castello di Chinon.
Il papa intanto assolve gli imputati comparsi al suo cospetto che vengono riconosciuti colpevoli a titolo individuale di pratiche non ortodosse. L’accusa di eresia cade insieme a quella di omosessualità. Ma non basta: i Templari restano comunque agli arresti.

È l’11 luglio 1308: due giorni dopo la corona riapre, post mortem, il caso di Bonifacio VIII, accusato di simonia e stregoneria e della morte di Pietro da Morone, quel Celestino V famoso per il suo “gran rifiuto”. Nogaret, con toni apocalittici, arriva a chiedere al pontefice di bruciare sul rogo le ossa del cadavere di papa Caetani. Clemente V, spaventato dal messaggio regale, si adegua: in tutti i paesi cristiani partono inchieste sui Templari gestite dai vescovi delle diocesi competenti. Il 12 agosto 1308 la bolla “Faciens misericordam” definisce le accuse portate contro il Tempio.

Jacques de Molay, nel novembre del 1309 viene convocato di nuovo di fronte a una commissione papale. Ancora una volta, nega tutte le accuse: spera ancora, invano, contro ogni evidenza, nell’aiuto di Clemente V.
Ma Bertrand de Got (1264 -1314), è debole, malato, intimorito dal re e ricattabile per il suo sfrenato nipotismo (creò cardinali cinque suoi parenti stretti). La storia lo ricorda per aver trasferito la sede papale in Francia, nella città di Carpentras (1313). E in ogni caso non può fermare chi lo ha fatto eleggere papa.
Così, l’annientamento dei Templari continua, tra accuse preconfezionate e confessioni estorte con la tortura.

Filippo IV nel 1310 condanna al rogo 54 esponenti dell’Ordine che avevano ritrattato le loro confessioni.
Il pontefice nel marzo 1312 riunisce il Concilio di Vienne, che sospende l’ordine dei Cavalieri del Tempio e dispone che il loro patrimonio sia affidato ai Cavalieri di San Giovanni. Nel documento finale si deplorano i comportamenti scandalosi del rituale, i “baci anali” e i ripetuti episodi di “nonnismo”. Ma per la Chiesa i Templari non sono comunque degli eretici.

Dopo sette anni di carcere, il 18 marzo 1314, Jacques de Molay compare di fronte a una commissione di cardinali insieme a tre alti dignitari dell’Ordine.
Gli inviati del papa leggono il verdetto: i quattro sono condannati alla prigione a vita. Il caso sembra chiuso. Ma Molay e Charnay si ribellano alla sentenza e ritrattano la confessione che avevano reso. I cardinali, sorpresi dalla reazione, rimandano ogni decisione al giorno successivo. Viene informato anche il re che ordina la morte dei due.
Ma non c’è più tempo: il re informato della vicenda ordina la condanna al rogo. Jacques de Molay e Geoffrey de Charnay affrontano il supplizio del fuoco con un coraggio e una determinazione che stupiscono i testimoni dell’evento.

Il 20 aprile dello stesso anno, 33 giorni dopo i fatti, Clemente V muore di dissenteria a Roquemaure-Gard. Otto mesi dopo, il 29 novembre 1314, anche Filippo IV detto il Bello perde la vita per una caduta da cavallo durante una battuta di caccia.

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